No, l’efficacia senza enfasi del cinema di Larraìn

Si resta sempre un po’ felicemente stupefatti e storditi di fronte al cinema del giovane cileno Pablo Larraìn (classe 1976) che non ha nessun interesse per un racconto meramente didattico, lineare (buoni/cattivi, bianco/nero) e assolutorio, né per l’enfasi roboante di panoramiche, carrelli, fotografia posh, musiche-di-john-williams, inquadrature da ricordare e mettere sui social network. larrain1

Questa sua ultima opera, No, che dovrebbe chiudere la trilogia sulla dittatura cilena di Pinochet (dopo i magnifici Tony Manero e Post Mortem) ci racconta i giorni della campagna referendaria del 1988 che cambiarono (?) il Cile, ponendo fine alla dittatura di Pinochet e aprendo il paese alla democrazia.

René Saavedra (Gael Garcia Bernal), il nostro protagonista è un pubblicitario, cui i larrain3promotori del NO si rivolgono per aiutarli ad uscire dalla solita campagna di sinistra un po’ troppo seria, respingente (come tutte le campagne del PD in Italia, diciamolo) per “vendere” il prodotto referendum e la vittoria del No, puntando sull’allegria e l’ottimismo del cambiamento democratico.
Il capo dell’agenzia Lucho Guzman (Alfredo Castro) sta dall’altra parte del fiume, e verrà tirato dentro anche lui nel marketing del referendum, ma dalla parte del Sì.

Lo scontro politico  (e il racconto cinematografico, ça va sans dire) si gioca con gli stilemilarrain5 del racconto pubblicitario, alla ricerca dello slogan più efficace (La alegria ya viene) e del marchio vincente (un arcobaleno). Le atrocità della dittatura inchiodate alla necessità della penetrazione del messaggio (trasmettere ottimismo, speranza, non veicolare la paura o la rabbia).

Il nostro René vende ai clienti (i partiti a sostegno del No) il suo spot come poco prima ai clienti dell’agenzia aveva venduto lo spot per una bibita rinfrescante; è giovane, è sicuro del suo valore, pare non avere interesse politico (all’inizio) ed è più cinico sull’effettivo cambiamento.
Lucho ricorre ai metodi della pubblicità comparativa (evidenziando le ambiguità e i trucchi comunicativi del competitor) ma quasi con rassegnazione, il capo che si arrende al suo allievo giovane e più capace.

Larraìn e lo sceneggiatore Pedro Peirano abbandonano la pìece di Skarmeta da cuilarrain2 traggono la storia (modificandone radicalmente il suo protagonista) per concentrarsi sull’ambiguità; quella del messaggio pubblicitario – scevro dalle sovrastrutture ideologiche che appesantiscono l’obiettivo di comunicazione e necessariamente agnostico –  e quella del destino politico del Paese. Davvero la fine della dittatura ha determinato la svolta democratica? Davvero il Cile ha abbandonato (meglio: superato) il suo passato o tutto è cambiato perché nulla cambi? 
Nel nuovo (?) Cile democratico, mentre il nuovo presidente democraticamente eletto stringe la mano a Pinochet, legittimandone il passato, René, dopo un viaggio dell’eroe che si chiude al punto dove era iniziato, accanto al suo capo nella sua agenzia multinazionale a vendere pessimi prodotti usando la stessa tecnica pubblicitaria risultata così efficace per la vittoria del No. Da mettere nel curriculum.larrain4
L’ambiguità del messaggio (politico e/o pubblicitario), il suo agnosticismo, il suo (apparente) distacco, sono felicemente resi a livello filmico dall’utilizzo da parte del regista di una videocamera anni ’80 che ha reso fluido il matrimonio tra immagini “di repertorio” e finzione.
Lo sguardo di felicità mista a spaesamento di René in mezzo alla folla esultante per il risultato referendario è forse quello della generazione di Larraìn, che non ha vissuto pienamente gli orrori (e l’ambiguo fascino) del regime, come i genitori del regista. 
Una generazione contenta per la svolta, dubbiosa che sia mai avvenuta, felice di tornare a vendere bibite rinfrescanti, perché il popolo cileno è pronto per il cambiamento. 

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Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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