L’uomo d’acciaio, il conflitto tra regista e produttore

Man of Steel, il reboot di Superman diretto da Zack Snyder e concepito da Christopher Nolan col fido sceneggiatore David S. Goyer più che esprimere il conflitto tra un uomo e le sue origini, l’essere umano e il sentirsi alieno, è un blockbuster segnato dal conflitto tra regista e produttore.

Ripartire da zero. Se Superman returns era un seguito che omaggiava l’apparato stilisticosuperman2 dei film anni ’80, Man of steel rinuncia al nomen (omen) e ai facili simboli (la “S” sulla tuta non sta mica per “Superman”, lo stesso costume spegne un po’ il colore, vira sul cupo (1) e non è stato cucito da mamma Kent, la kryptonite scompare dalla scena), per tentare di essere la ricerca di se stesso da parte di un giovane adulto e del suo posto nel (in questo) mondo, conoscere le proprie origini, scegliere da che parte stare.

Nolan ha tentato di applicare a Superman quello che aveva fatto con un altro popolaresuperman4 eroe DC Comics, cioè Batman (anche lì, rinuncia al nome sui titoli di testa e percorso esistenziale dell’eroe).

E poi c’è Snyder, interessato più all’apparato iconico, fumettistico e grafico di Superman esuperman3 del suo mondo. Nonché ai combattimenti, che al regista piacciono così tanto da riempire oltre 30 noiosi minuti di film del one-on-one tra il nostro eroe e, il villain, Zod (Michael Shannon), alter ego e personificazione del conflitto interiore del protagonista (la metafora tenta disperatamente di lottare coi due protagonisti, prendendo un sacco di botte).

Se Bruce Wayne è orfano (pur avendo un padre putativo nel maggiordomo Alfred), Clarksuperman5 Kent/Kal-El di padri ne ha due e al confronto con entrambi, il mite Jonathan Kent (cui Kevin Costner dedica una recitazione matura) e lo scienziato-guerriero Jor-El (abbozzato da Russell Crowe) Snyder dedica il minimo sindacale, così come al disagio di un bambino che da sempre si sente diverso.

Non aiuta il film un 3D posticcio usato solo per gonfiare i biglietti delle proiezioni (3 dollari di differenza qui a Vancouver).

Stretto tra riflessione dark su un uomo costretto a tagliare una parte di sé e restare solosuperman1 al/nel (suon nuovo) mondo – inutile addentrarsi sulla uccisione di Zod e i suoi metasignificati -, e mostruoso, esagerato, tamarro, un po’ noioso giocattolo action (formidabili a livello visivo le manifestazioni dei superpoteri), Man of Steel soffre del conflitto tra la visione del regista e quella del produttore. E in questo caso, purtroppo restano in piedi tutti e due.
Henry Cavill è un figo.

(1) Una analisi da vero geek del nuovo costume di Superman la si trova qui.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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2 risposte a L’uomo d’acciaio, il conflitto tra regista e produttore

  1. Noodles ha detto:

    Concordo sull’estenuante finale/combattimento, a un certo punto stavo per lanciarmi contro lo schermo.
    Però devo dire che, pur riconoscendo un’inferiorità evidente nella seconda parte, a me il film è piaciuto tutto sommato, e neanche poco. La lettura padri/figli l’ho trovata intense, certo anche merito di un Costner da antologia, una roba che ogni volta che entrava in scena mi si inumidivano gli occhi.
    Forse poi m’è piaciuto nche perché l’ho visto in originale (come te), a quanto pare anche a Napoli cominciamo a essere trattati come esseri umani dotati di gusto e cervello, e senza 3D.

    • Souffle ha detto:

      Sono contento della tua visione in originale. Io sono meno convinto di te, pur essendomi piaciute certe soluzioni registiche.
      Dai che tra qualche anno, nelle grandi città saranno sempre più film in originale! 🙂
      Un abbraccio Noodles, buona serata

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