World War Z, Pitt contro gli zombie

Ma nun se potrebbe butta’ ‘na bomba e farli fuori tutti sti zzombi?, chiosava Asia Argento nell’indimenticato Land of the dead di Romero.

Purtroppo non è così facile se gli zombie infettati da un virus – in pratica essi stessi unworld2 virus – infestano il pianeta, contagiano qualsiasi cosa che si muove e corrono, sì  corrono velocissimi verso la preda. E chiaramente cambiano la vita del nostro eroe Brad Pitt, ex funzionario Nazioni unite, ora padre di famiglia, ri-chiamato in servizio per salvare il mondo.

World War Z è un formidabile esempio della tenacia produttiva hollywoodiana. Un progetto nato male, partito peggio e figlio diworld1 molte mani che si muovono in direzioni diverse. Un soggetto preso da un libro costruito come una serie di interviste che raccontano cosa succede, che diventa – ma non è un delitto – un viaggio dell’eroe in senso classico, costruito apposta per la star (che è anche produttore), sempre al centro della scena.
I problemi nascono quando si è indecisi se buttarla in metafora (geo)politica, sociale, sanitaria, insomma se dare al film quel sottotesto sempre presente nei film di genere (a volte più grossolano, altre più sofisticato) o costruire uno straordinario prodotto da divertimento popcorn-unto in cui più che reazioni cerebrali, agli spettatori si vogliono dare reazioni fisiche che facciano sobbalzare il bibitone ghiacciato.world3
Di questa incertezza soffre la sceneggiatura, ricca di buchi e bachi, e soffre la regia di Mark Foster, che pure se “giovane” non è un novellino e ha fama di regista magari un po’ anonimo ma professionale portatore di incassi. Non si scaricano le colpe sul regista quando il problema è lo script, riscritto più volte, con conseguente re-shoot di un terzo del film, insomma più che una produzione preceduta da una pre-produzione meditata, un work in progress che gioca pericolosamente con un budget imponente.  
Il cast appare a volte spaesato, alcuni personaggi compaiono per poi sparire misteriosamente (e Mirielle Enos di The Killing che fa a madre e moglie amorevole, no, non si può vedere perché pensi tutto il tempo al detective Sarah Linden).world4
Non sveleremo la soluzione scientifica all’epidemia escogitata dal nostro Brad, lasciamo che se la goda chi volesse comunque avventurarsi nella pellicola, che rimane, in ogni caso, un esempio mirabile di tenacia produttiva, fiducia e ottimismo americani che guardiamo insieme con ammirazione e indulgenza.
Il prodotto lo hanno finito, sono in qualche modo riusciti a farlo funzionare, Foster azzecca alcune scene di insieme e fa divertire un pubblico di poche pretese (ma anche questo pubblico avrebbe diritto a un cinema fiero di se stesso e nel prodotto). Paramount e Pitt possono respirare, gli incassi ci sono, si recuperano le spese e forse ci si guadagna pure qualcosa.
Dopo la visione ci domandiamo (e domanderemmo a Pitt produttore) se non sarebbe stato bello, anziché partire dall’idea di uno zombie movie per il grande pubblico, ragionare su una cosa più intima, sfruttando le potenzialità lampanti del soggetto, magari affidandone la regia a un Terry Gilliam. Cazzo, che film sarebbe potuto essere.

Nota di colore. Il pubblico canadese al cinema ride a caso. Però quando lo zombie di mezza età appoggiato alla porta a vetri tentando disperatamente di entrare, batte i denti come se avesse problemi alla stabilità della dentiera, si tocca il sublime del ridicolo e la risata, liberatoria, ci sta tutta. Peccato fossimo nel climax drammatico del film.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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