The Canyons, cinema che (non) c’è

Paul Schrader (regista), Braxton Pope (produttore) e Bret Eston Ellis (sceneggiatore) devono realizzare un film. I soldi stanno per arrivare, poi spariscono improvvisamente e il progetto naufraga.canyons3
I tre decidono allora di fare da soli. Un film a basso budget, coi soldi raccolti col crowdfunding, pagando gli attori il minimo sindacale e saltando uno dei passaggi più costosi della produzione cinematografica, la distribuzione in sala. Come un editore che bypassa la libreria e lo strozzinaggio delle società di distribuzione libri vendendo on line, sul proprio sito o siti altrui.

Noi che non siamo recensori, critici blasé o critici grossier, proviamo a immaginarcelo così The Canyons, come un’opera straordinaria che nasce da una frustrazione produttiva, una vendetta a colpi di cinema contro l’esclusione da un mercato.canyons1
Ci ha aiutato lo stesso Schrader, durante la conferenza stampa del film, presentato a Venezia (quale meravigliosa contraddizione fare vedere in una sala cinematografica un’opera che ne codifica la morte). Il regista, affiancato dai suoi due sodali Pope e Ellis, ha detto che The Canyons è un esperimento unico, una prova, un qualcosa che voleva fare e non farà più.
E in un certo senso Schrader ha ragione. The Canyons ha cominciato un nuovo capitolo, non si torna indietro (1).

Se Holy Motors, altro capolavoro, lo scorso anno metteva in scena il funerale del cinema canyons2(e della sala), con – a mio avviso – una disperata ma vitale voglia di non arrendersi all’oblio, The Canyons codifica la morte della produzione (e la sua rinascita?): script, recitazione, scenografia, regia.

Le figure di The Canyons – il produttore figlio di papà, la sua donna ex attrice perennemente disfatta, l’assistente di lui e il suo ragazzo (toyboy di scarse speranze attoriali) si muovono stereotipicamente su un copione che non c’è, come il film che il produttore dovrebbe realizzare e non si farà mai perché nessuno ha veramente voglia di farlo.

Lo scarso interesse dei protagonisti per l’essere in scena (e quindi per il fare cinema), reso magnificamente da un cast azzeccato in modo formidabile (il pornodivo James Deen, l’attrice in perenne rehab Lindsay Lohan, il giovane e sexy attore tv Nolan Gerard Funk, il cameo di Gus Van Sant (2)) è contrappuntato dai precisi movimenti di macchina di Schrader, dall’esattezza della scrittura di Ellis, dalla coerente fotografia di John DeFazio e dalla musica evocativa di Brendan Canning.

Ecco, The Canyons (ri)produce l’unico cinema possibile, quello porno, i suoi topoi (icanyons4 dialoghi inutili e prodromici di una paginetta, le camminate e gli sguardi meta di James Deen, i suoi ingressi nelle villette contrappuntati dalla porn-music di Canning, Nolan Gerard Funk che offre il suo cazzo etero al produttore gay che lo desidera in una tipica scena da porno-ufficio, il classico foursome bisexual due donne/due uomini, il photocall del giovane attore che lo riduce a merce, immagine e corpo da desiderare per visioni e seghe solitarie), deprivandolo di carica erotica, depotenziando l’eccitazione, facendone emergere (solo) la sciattezza, la ripetitività, l’assenza di passione e coinvolgimento, la noia in un andamento filmico lento, in cui non si arriva mai al cumshot, e il godimento rimane inevitabilmente fuori scena.

The Canyons è un film disilluso, frustrato e arrabbiato contro canyons5l’evoluzione del mercato, non tanto la mercificazione del cinema – che c’è sempre stata e ha avuto nel passato esiti anche felici – quanto l’assenza di interesse e passione di chi fa cinema e ci campa (attori compresi), la fine di un’epoca (cinema pre e post preservativo, il cinema del sudore spento da quello che non suda mai).

Se un film serio viene rifiutato, proviamo a costruire un non film, in cui quello che c’è da dire è che non c’è (più) nulla da dire, se non recitare il proprio stereotipo costruito dai media (James Deen che fa James Deen, Lindsay Lohan che fa Lindsay Lohan), costruendo una non produzione e lasciandosi dietro solo macerie. Quelle di un cinema che non c’è (non è) più.

(1) Schrader non è il primo ovviamente, ma l’accoppiata con Ellis, il clamore mediatico, la visibilità festivaliera rendono la sua opera seminale.
(2) Van Sant è regista indipendente che ha spesso molte difficoltà a raccogliere denaro per i suoi film.

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Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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