Gravity, accettare la solitudine

Non dobbiamo caricare Gravity, il successo (1) di Alfonso Cuarón dei significati cui non ambisce, presentandosi per quello che è, un formidabile momento di intrattenimento claustrofobico che serve finalmente in modo degno il digitale e la tecnologia 3D. 

Però qualche riflessione la possiamo trarre, noi spettatori ancora ingenui di fronte algravity4 meraviglioso del cinema, seguendo la storia di una missione scientifica (un classico McGuffin) in cui la neofita dottoressa Ryan Stone (ma non è meraviglioso? che nome scegliamo? dunque… asteroidi.. spazio… Stone!) e il capo missione Matt Kowalsky, fluttuano nello spazio per riparare un telescopio. 
Matt è all’ultima missione, chiacchiera in continuazione, fa il gigione e infatti è interpretato da George Clooney. Lei è Sandra Bullock. 
Un satellite viene colpito e una tempesta di detriti travolge anche i due astronauti distruggendo navicella spaziale ed equipaggio. Gli unici rimasti in vita sono i nostri due protagonisti, chiamati a un drammatico “ritorno a casa”.

Muovendosi su un solco narrativo tradizionale – che serve anche il western e il bellico –gravity3 tagliando grossolanamente i caratteri e lo script, Cuarón tenta però anche un discorso sull’accettazione della solitudine, con cui l’immenso vuoto dello spazio privo di suoni, ti mette a confronto.

Kowalsky che non l’accetta, tenta di scacciarla parlando in continuazione e si troverà ad andarle incontro, con un senso di libera accettazione mistica, l’uomo finito a contatto con l’infinito. 
La Stone, che ha perso una figlia e sente un vuoto incolmabile, recupererà un rapporto con??????? se stessa, decidendo di vivere per sé e non in funzione di qualcun altro.

Per ricominciare a stare con gli altri, occorre imparare a stare da soli. Noi siamo noi, in quanto individui nel tempo e sopratutto nello spazio.
L’assenza di punti di riferimento (più che “gravity”, “no gravity”), il fluttuare senza controllo, sono fin troppo facili metafore che però la mdp controllata del regista depriva di una banalità facilmente ed erroneamente applicabile.
Cuarón si prende i rischi di dare un film in mano a due attori, come Wilder si prese il rischio di fare un film su Lindbergh mettendo James Stewart su un aereo da solo per 3/4 del film.graity2

Gravity finisce per essere un film di regia più che di sceneggiatura, che bilancia in modo abbastanza riuscito le esigenze del cinema popolare con quelle di una riflessione più profonda.

(1) Al 27 ottobre 2013, quasi 365 milioni di dollari su un budget di 100 milioni (fonte: Box Office Mojo).
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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2 risposte a Gravity, accettare la solitudine

  1. Souffle ha detto:

    grazie Noodles per le tue parole gentili. Sono d’accordo. Film di regia è un complimento! ^^

  2. Noodles ha detto:

    Film di regia ma proprio per questo formidabile secondo me, davvero cinematografico. Sposo tutta intera la bella lettura che ne hai dato. Il bello è che, come scrivi, Cuàron è bravo a non filosofeggiare a chiacchiere, ma mettendo a confronto uomo e spazio (e spazi angusti/infiniti).
    A me è piaciuto assai. Un 3D, per una volta, davvero significativo e necessario.

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