Snowpiercer, o del fatalismo

Ancora una volta il cinema saccheggia le graphic novel, se ne appropria, le reinventa, dando, finalmente, dignità al fumetto come veicolo narrativo e carburante per un cinema affamato di storie.

Snowpiercer, dell’acclamato Bong Joon-ho, è tratto dalla graphic novel francese Le Transperceneige, ed è la prima produzione internazionale di questo regista coreano, coerente con l’atmosfera da arca di Noè postapocalittica.snow2
Ma se sull’arca tutti sono uguali, sullo Snowpiercer il treno che si muove perpetuo lungo tutto un mondo preda di una irreversibile glaciazione, i pochi sopravvissuti sono organizzati in classi.
Come accade nelle odierne società industriali occidentali, i ricchi che hanno potuto comprarsi un biglietto di prima classe sono in testa al treno e godono di comodità e agi, i poveri stanno in coda, si nutrono di porcherie, si riproducono più della classe agiata (non accade così anche nelle nostre società?) e dopo essersi cannibalizzati, hanno imparato a fare gruppo e cercano la scalata sociale, la conquista della testa del treno, un futuro di uguaglianza, i privilegi che sono stati loro negati.

Il problema è che in un sistema ecologico “chiuso” come quello del microcosmo del treno snow1che gira intorno al mondo, ognuno ha il suo posto da occupare, il ruolo assegnato non va discusso, ribaltato. Se la coda si ribella alla testa, il treno deraglia e sarà solo morte e desolazione.

L’aspetto per me più interessante del film del regista coreano non è tanto quello visivo, comunque affascinante, a tratti stupefacente, né le coreografie degli scontri armati, che per quanto straordinari non mi hanno mai appassionato.

La cosa invece che mi ha convinto è il senso di fatalismo che il regista, in un snow4crescendo formidabile, sparge in parallelo con l’avanzare del popolo di coda verso la testa del treno, dove Wilford – il Dio del nuovo mondo (ri)costruito con il suo nuovo contesto storico-filosofico laicamente religioso – guida il treno metafora, il nuovo mondo dove crescere e moltiplicarsi secondo leggi immutabili.

Mano a mano che Curtis Everett, il leader del popolo di coda, avanza verso la testa, si snow3spengono, insieme ai suoi uomini che cadono uno a uno, le ragioni e il senso di quella ribellione, avanzando la consapevolezza, mai davvero accettata, delle ragioni di un ecosistema. L’uomo non si arrende alle disuguaglianze dello stato di natura, all’orrore che i deboli soccombano, che l’inutile venga eliminato in favore della sopravvivenza dell’utile (e in fondo l’arca non salvò solo una coppia per specie?), e ne comprende la necessità solo una volta arrivato di fronte ad essa. Curtis capirà la crudeltà Wilford solo quando sarà di fronte a lui, una sorta di confronto tra l’Uomo e Dio in cui il primo viene messo a parte del mistero del secondo, (in)sopportabile da sostenere, farsene carico.
Il finale, splendidamente ambiguo, ci consegna lo sguardo all’aperto, dopo due ore di claustrofobici interni. Uno sguardo che si apre su un mondo in cui forse sta iniziando un’era post glaciazione. Una nuova era in cui l’uomo non sembra essere contemplato.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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