Nymphomaniac, Lars, il pubblico, i media, il mercato e i critici

A conclusione della cosiddetta trilogia sulle nevrosi femminili e sulle sue, e senzatrier6 scandagliare un film complesso come Nymphomaniac volumi I e II, la cui analisi lascio ai critici professionisti e professionali, prima di essere accusato di alimentare il chiacchiericcio da blog, vorrei qui balbettare qualche parola sul rapporto tra Lars Von Trier e il pubblico,  i (social) media e il mercato e infine i critici stessi.

Lars e il pubblico

Von Trier sa di fare un cinema difficile, verboso e complesso, un cinema teorico e teoretico,trier4 sa di prendere posizioni fastidiose e apparentemente di minoranza (non è così, a mio parere), sa di adoperare una messa in scena che non dà soddisfazioni né rassicurazioni allo spettatore.

Il suo dialogo con il pubblico è ambiguo, duplice, faticoso. Da un lato il regista pare detestare il fatto di mostrare il suo cinema, quasi girasse solo per se stesso e fosse costretto da una sorta di destino di filiera, atrier2 terminare la produzione con l’uscita in sala, dall’altro cerca un disperato dialogo con (una parte) del pubblico cinematografico, quello più attento ma non solo. C’è sempre stata la volontà del regista di allargare il suo pubblico, di titillare i cinefili ma di “fare massa” anche tra chi il cinema lo vede come evento occasionale della vita. Tarantino non è dissimile, ha un folto numero di “aficionados” cultisti pronti a dare 10 a ogni opera, ma anche un pubblico generalista che “lo ho sentito di nome” e che vedendo pochi film all’anno, si fa tentare, esibisce un Von Trier come un tempo si esibiva il Celebre e Coltissimo scrittore sulla libreria. Per arrivare a questo allargamento del pubblico Von Trier usa i media.

Lars e i media

Conoscendo la fame di notizie, foto, video, del comparto “media” (giornali, siti web,trier5 youtube, social network) Von Trier, a costo (quasi) zero, organizza una campagna media massiccia, pianificata con una precisione diabolica.

L’esca usata in Nymphomaniac per fare “partire la storia” non è dissimile dall’esca che usa il regista ogni volta per innescare la promozione del film, ancora in produzione. Notizie, teaser, frammenti di comunicazione falsamente vera o veramente falsa che riempiono le pagine di giornali e riviste, creano aspettative che saranno deluse (come negli spot pubblicitari) smaccate campagne promozionali che puntano alla parte bassa dello spettatore (fece così anche Kubrick per Eyes Wide Shut col famoso teaser “Bad bad thing”), eventi fuori contesto (lui che litiga coi giornalisti, con un direttore di Festival), rifiuto di prendere un aereo, costruzione di una reputazione di regista difficile.

Tutto è orchestrato abilmente da un ufficio media potentissimo che pianifica in modo trier3impeccabile una campagna promozionale che ha lo scopo di fare parlare i media generalisti di un film potenzialmente “di nicchia”, e come conseguenza, portare più gente possibile al cinema.

Perché Lars, come si diceva, avrà anche un rapporto difficile col pubblico, ma conosce le regole del mercato.

Lars e il mercato

Lungi dall’essere l’Autore che pontifica dall’eremo in cui si è rifugiato e disprezza il pubblicotrier1 troppo ignorante per capire il suo cinema, Von Trier sa di stare nel mercato, ha una casa di produzione che fa film porno, produce altri autori.

Si fa cinema (anche) per fare soldi e Von Trier non lo dimentica. Si fa cinema per rientrare delle spese e potere così fare altri film. Si fa cinema perché venga visto e non per farlo circolare solo ai Festival. Si fa cinema per farlo circolare quanto più possibile.

Ancora una volta viene in mente Kubrick che telefonava per conoscere gli incassi del primo weekend (quello decisivo).

Lars sta nel mercato e vuole rimanerci, l’attenta pianificazione della comunicazione del suo lavoro è in funzione del mercato, delle sue aspettative e dei suoi (bi)sogni.
A Lars interessa poco – e ci ironizza – la critica, vuole che le sale in cui proiettano i suoi film siano piene.

Lars e i critici

“Se non hai letto Fleming, non hai letto nulla”.

Joe, la nostra ninfomane, colei che racconta, apostrofa così Seligman, l’intellettuale chetrier7 riceve il racconto e immediatamente lo destruttura, lo vuole cambiare, tentando di indirizzarne il percorso (facendo anche più volte infuriare la donna). Seligman non solo non ha letto Fleming, usato come topos del romanzo popolare, ma nemmeno lo conosce (il disprezzo dell’intellettuale che dichiara di non conoscere la cultura popolare).

Seligman trova troppo complicato (o forse troppo semplice) il linguaggio di Joe, tenta ditrier9 correggere le “falle” di un racconto che va troppo al sodo, privo delle sovrastrutture con cui l’intellettuale pretende di spiegare tutto e, cosa ancora più pornografica, ricondurre tutto.
E peraltro Seligman è portatore di una normale cultura da cineclub, di riferimenti letterari e iconici quasi  scontati.
Il racconto, e quindi un film, va ricondotto alle strutture semantiche del critico, incasellato. Come il racconto di Joe viene modificato se non si adatta alla sovrastruttura mentale di Seligman, così il film (qualsiasi film) viene modificato nella sua lettura per adattarsi all’ego del critico.

Il critico ha una spiegazione per ogni cosa, tutto può essere interpretato con uno svolazzo ditrier8 frase, una subordinata involuta, quella parola a lungo ricercata per fare vedere “quanto ne sa”. L’alto imbecca il basso (l’esca per pescare, l’icona), impartisce la lezione connessa (i racconti di Seligman sulla pesca e sulla storia dell’icona sono fastidiosi inserti colti che pretendono di dare sostanza al racconto di Joe) ma poi viene travolto dall’irrazionale, schiavo dei sensi (e del racconto sensuale) che da calvinista vorrebbe castrare in favore di una narrazione fredda, distaccata, chirurgica (come quella del critico che vede un film come un medico visita un paziente).

E se Von Trier è – come affermano i suoi sostenitori – ironico (e in modo “nordico”, lo è in diversi punti della pellicola) la beffa finale non suona allora come sberleffo del pubblico (ti prendo in giro dandoti il finale che vuoi), ma dell’intellettuale, preso per il culo, denudato. Anche lui, sfrondato dei paroloni e dei libri letti, e delle sovrastrutture mentali, cede come un adolescente al pisello duro, titillato ed eccitato da un banale racconto erotico.

Contrariamente a quanto vorrebbero i suoi lettori più attenti, Von Trier non si fa beffe solo del pubblico, quello che cicaleggia sui social media, ma anche del critico che pontifica dagli stessi scranni.

Questo film è l’ennesima seduta psichiatrica di un uomo che tenta di combattere (perdendo) le sue nevrosi, schiavo di una doppia personalità che lo schiaccia e insieme ne esalta la vena creativa.

Il regista danese è insieme il colto possessore dei segreti della macchina da presa e il rozzo commediante dalla scrittura a volte balbettante, il creatore di manifesti estetici e il loro primo trasgressore, il realizzatore “maestro” e il cazzone epocale, il maschilista misogino e l’anima sensibile che cerca un disperato dialogo con le donne (in realtà la “misoginia” di Von Trier, più che una posizione sociale o politica è un manifesto estetico, il regista maschio contrapposto alla pellicola femmina).

Se non avete letto Fleming allora non avete letto nulla.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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3 risposte a Nymphomaniac, Lars, il pubblico, i media, il mercato e i critici

  1. laulilla ha detto:

    L’autoanalisi di L.V.T. non dovrebbe riguardare l’occhio di chi guarda! Io sono molto barthesiana e auspico la morte dell’autore: se non fosse così non si potrebbero interpretare né le opere di Shakespeare (chi fosse davvero, non è dato sapere), né quelle di Omero. Per dire che, con le dovute proporzioni, possiamo anche prescindere dalle nevrosi di Lars. In ogni caso, talvolta la malattia può essere vissuta come un’occasione di riflessione e di conoscenza, non credi? Grazie a te!

  2. Souffle ha detto:

    Scusa, riesco a risponderti solo ora. E’ vero, un film esiste indipendentemente dal suo autore, anche se nel caso di un regista che usa i film come autoanalisi la questione si fa più complessa. Quanto alla critica, non volevo sminuire il ruolo del critico, forse ridimensionarlo, di certo riflettere su quanto e come non si possa sottrarre alla “morsa” del regista. 🙂
    Un saluto e grazie per il tuo commento.

  3. laulilla ha detto:

    Sì, molto d’accordo, fai un discorso che o prima o poi andava fatto, perché mette a fuoco, senza moralismi il quadro complessivo in cui si muove un regista come L.V. T.(e fai bene a ricordare che non molto diversamente faceva i suoi conti con l’importante contesto del mercato anche Kubrick).Detto ciò, il film ha pure una sua indipendenza dal suo creatore, esiste in sé come opera; i critici e, alquanto più modestamente, i blogger fanno un po’ di sforzo per interpretarlo, cosa lecita, credo, molto più di una dichiarazione di like, che mi pare semplicistica. Naturalmente ognuno si sforza come può e come sa, secondo gli strumenti analitici di cui dispone. Il tuo contributo arricchisce notevolmente le possibilità di interpretazione, secondo me. Grazie.

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