Gebo e l’ombra, De Oliveira e la necessità del narrare

Strani casi della distribuzione estiva. Mentre il popolo pensa alla spiaggia dove posare i piedi o ai piedi dei calciatori impegnati in un mondiale che vede incollato il popolo con in mano la Peroni gelata e il rutto libero, i cinefili e qualche appassionato si rifugiano nelle sale per vedere il capolavoro di Manoel De Oliveria, O Gebo e a sombra, presentato al Festival di Venezia nel 2012, trasmesso quasi subito da Fuori Orario su Raitre dato che proprio nessuno lo voleva e (s)comparso nei cinema in questi giorni di giugno 2014. Bizzarrie di una distribuzione italiana che ritiene l’estate periodo morto (solo in Italia, popolo di santi, vacanzieri e disertatori di sale estive).

Occasione però per vedere, chi non lo ha visto, questa ennesima prova di un regista centenario ma instancabile, indagatore curioso della luce e delle persone.

De Oliveira, ovvero della necessità del narrare (e del sentire narrare), e del mentire nella parola e nella luce (che nasconde, deforma, modifica, spaventa, illude e sorprende). Solo quando si mente, a se stessi, agli altri e al pubblico, si smette di essere figurine intagliate su uno sfondo e ci si leva in piedi. Cinema quasi immobile che torna alle origini della lanterna magica, del meraviglioso (e quindi del mostruoso). Sipario. Applausi.

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Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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