Splendido visto da qui, un saggio generazionale

“Io sono di Novanta, non riesco a seguire discorsi lunghi”
“Uno che comincia a mangiare il Buondì dal basso non è normale”

Quando ho mostrato gli acquisti librari estivi a un caro amico dicendogli di averesplendido1 comprato sopratutto saggi, lui ha indicato il libro di Walter Fontana, Splendido visto da qui (Giunti Editore, 14 euro), e mi ha detto: “Lì veramente c’è scritto romanzo“. Non ho potuto contraddirlo, anche se quando l’ho preso in mano per sfogliarlo e sentire se poteva appartenermi, l’ho percepito come saggio. La lettura ha confermato l’impressione nonostante la struttura evidente di fiction.

Cosa accade in Splendido visto da qui? In un futuro prossimo una zona, che potresti chiamare, se vuoi, Italia (o per sineddoche, Milano per Italia), si è deciso di fare qualcosa per eliminare per sempre la paura del futuro. La zona è stata divisa in cinque aree: Sessanta, Settanta, Ottanta, Novanta e Zero. Più un quartiere generale dove dominano gli spazzini e le squadre speciali, chiamati a setacciare la spazzatura altrui esplendido2 individuare possibili e vietati sconfinamenti da un zona all’altra. In ogni zona le persone vivono – in un loop continuo – il loro decennio. Arrivati al 1979, si riparte dal 197o. E così via, si rivivono tutte le emozioni del decennio, magari leggermente modificate, ma con la struttura identica. Gli spazzini sono chiamati anche a fare piazza pulita a fine decennio in ogni casa, eliminando tutti gli oggetti presenti, e rimpiazzandoli con quelli di inizio decennio, pronti via si riparte. A scombinare questo clima di serenità ci sono i traveller, che viaggiano da un decennio a un altro contrabbandando oggetti “culto” di un’epoca per cederli a una successiva (sai, si chiama vintage) oppure cedendo meraviglie tecnologiche degli anni Zero a chi vive nei Sessanta per semplificargli la vita.

Fontana usa efficacemente il racconto di genere perché gli interessa raccontare (anche)splendido4 altro, e cioè costruire un formidabile saggio generazionale (il libro è capibile appieno solo da chi è nato dei Sessante e nei Settanta), e insieme un manuale di sopravvivenza alla nostalgia delle merci, al feticismo irrazionale ad esse collegato, chiedendosi se mai se ne possa uscire, da questa anestetizzazione prodotta dal marketing.

Le citazioni delle merci – a volte disgustose legate (le Cremifrutto degli anni ’60) –  all’infanzia, il desiderio di possedere un oggetto di un’epoca in cui non abbiamo vissuto, riproposto, rimiscelato, originale riadattato.

Ma non solo merci. Splendido visto da qui fa anche una riflessione su come sono cambiati parole e concetti, tipo “Patria”, nel corso dei decenni.

Dietro la patina di un romanzo di genere, costruito in modo efficace per intrattenere, si nasconde un formidabile saggio sulla costruzione della nostalgia, sulla creazione o riesumazione di miti in favore di nuovi consumatori, sullo slegare la merce al contesto storico e cronologico per renderla icona pronta al consumo.

E non a caso sono gli spazzini gli esseri “lucidi” sopra il mondo di catatonici, consci della caducità delle merci, della deperibilità, di quanto sia stupido un attaccamento che è frutto di nostalgia spesso indotta. Ha senso accumulare feticci, specie quando sono relativi ad epoche che non abbiamo vissuto?

La popolazione nel romanzo vive felicemente imprigionata nei decenni, sa che c’è la vitasplendido3 vera fuori ma è così spaventata e rincoglionita che non ha voglia di rischiare. Preferisce ripetere riti e miti (oggi non sono i 25 anni da…) comprare cofanetti e edizioni De Luxe, mangiare la marmellatina disgustosa e con aromi artificiali degli anni ’60 per restare attaccata ai sapori da bambino. I Beatles! E ancora e ancora e ancora.
E vuoi mettere Packaging Anniversario dei Formaggini Tigre?

Siccome il futuro spaventa, meglio il rassicurante presente e lo straordinario (?) passato che ci regalano le merci, sempre diverse e sempre uguali, riedizioni, nuove edizioni, vecchie edizioni rispolverate per l’anniversario. E gli Oro Saiwa, te li ricordi?
Perché tutto ci appare più bello se lo colleghiamo alla nostra infanzia. E Jingle Bells cantata da Frank Sinatra è il suono ansiolitico ideale. Per tutte le epoche.splendido6
Le merci e la connessione feticistica che abbiamo con loro, creano un contatto diretto con l’infanzia, con ricordi (veri o appannati non importa) che ci fanno stare bene. La squallida colazione con biscotti grassi e unti ci appare ora u meraviglioso ricordo che vogliamo replicare perché eravamo bambini e tutto ci appariva meraviglioso e ricco di possibilità.
Una felicità catatonica, riprogrammata dal maerketing del ricordo e dell’anniversario (i 25 anni Deluxe corri a comprare il dvd!) che ci conforta, anche se non l’abbiamo vissuta.
Splendido visto da qui non è un astioso pamphlet, ma il resoconto ironico della nostra resa alle merci, l’abbandono alla nostalgia creata dal marketing, la certezza – indotta dagli abilissimi direttori creativi – che un mondo senza Nutella sarebbe terribile. Quando invece, là fuori potrebbe essere bellissimo.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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2 risposte a Splendido visto da qui, un saggio generazionale

  1. Souffle ha detto:

    Sì, indubbiamente hai ragione, ma mi permetto di dire che Fontana non si vergogna di usare il genere, semplicemente, almeno questa è la mia interpretazione, gli interessa sopratutto fare un saggio sulle merci e sul nostro rapporto con esse, sui beni e sulla nostalgia ad essi collegati, all’interno di una storia di fantascienza.
    La lettura può attrarre, a mio parere, sopratutto chi è interessato a marketing e comunicazione, a un racconto sulla nostalgia (canaglia) e riflettere criticamente su un nostro (eccessivo? sicuro) attaccamento alle merci, ai beni di consumo.
    Posso quindi capire il tuo non interesse e ammetto il mio fallimento, non sono riuscito a invogliarti a leggerlo. 🙂
    Grazie del tuo commento e di essere passato.

  2. Paolo ha detto:

    io preferisco i romanzi di genere che non si vergognano di esserlo. Quando leggo “usa il genere per raccontare anche altro” non capisco perchè questo “altro” non possa essere raccontato stando pienamente dentro il genere magari reinventandolo (ma per reinventare una tradizione devi conoscerla, padroneggiarla e anche amarla) come fanno molti scrittori stranieri e pochi italiani (uno di loro è Simone Regazzoni che ha esordito nella narrativa con Abyss).
    Ad esempio Stephen King ha scritto Pet Sematary, uno splendido romanzo che parla della morte, del nostro rapporto con essa, del dolore del lutto e non è un saggio travestito da romanzo, è assolutamente un romanzo, narrativa pura, e un romanzo horror che non si vergogna di esserlo.
    Insomma questa recensione non mi ha fatto venire voglia di leggerlo.

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