The look of silence, cinereality

Due film che ho visto in questa rassegna veneziana a Milano hanno a che fare con la (im)possibilità della riconciliazione, l’utopia del perdono, e l’urgenza del narrare e la necessità di trovare nuovi linguaggi. Il primo è The look of silence, il secondo è Pasolini.

Alcuni anni dopo The act of killing, il regista racconta di nuovo il massacro di centinaia di look1migliaia di indonesiani avvenuto a metà degli anni ’60 dopo il golpe militare. Uomini e donne innocenti, accusati di essere “comunisti” uccisi barbaramente. Carnefici e parenti delle vittime vivono ancora oggi spesso negli stessi villaggi in un clima di terrore e convivenza difficile.
Se col primo documentario Oppenheimer operava una messa in scena dell’orrore, definitivamente abbattendo i confini tra fiction e reality, realtà e rappresentazione, in The look of silence ripete l’operazione spostando l’occhio sui superstiti. Protagonista il fratello di una delle vittime, nato ad eccidio concluso. L’oculista Adi, incontra i carnefici con la scusa di regalare loro un paio di occhiali da vista e si fa raccontare. Attraverso diverse tappe e incontri mettiamo a fuoco gli eventi, dipaniamo la storia della uccisione terribile del fratello. E alla fine, ci si vedrà più chiaro? La metafora è più che evidente e non c’è bisogno di declinarla.
Non c’è dubbio che il dittico di Oppenheimer nasca dall’urgenza del narrare una tragedialook2 nella speranza che le Autorità riconoscano le sofferenze fatte patire e si arrivi a una (im)possibile riconciliazione, la stessa che cerca invano Adi per tutto il film.
E c’è anche la voglia di rompere la barriera tra fiction e documentario, sperimentare una nuova modalità del racconto, sciogliendo il confine tra documentare e mettere in scena, usare lo sguardo del cinema per rompere il silenzio.
Questa finisce per essere un’arma a doppio taglio da maneggiare con attenzione. Lasciarsi alle spalle la polverosità giornalistica da National Geographic per usare un linguaggio che coinvolga ed emozioni di più il pubblico, usare l’arma del “è tutto vero” e allo stesso tempolook3 giocare abilmente con il montaggio, la composizione dell’inquadratura, la presenza del regista in campo che costruisce il racconto, gli inserti comici tra Adi e la figlia o Adi e la sua ottuagenaria madre, che spezzano la tensione e rendono straniante il confronto con le atrocità raccontate allo stesso tempo dando la cifra etica ed estetica all’operazione.
Oppenheimer rinuncia ai “trucchetti” da camera a mano per campi e controcampi, riempie l’operazione di una dose di ambiguità, insiste sulle facce dei protagonisti in attesa della lacrima, del momento da “tv del dolore” e allo stesso tempo riempie l’inquadratura di una dignità lancinante. Alla fine però non possiamo non domandarci – non suoni cinico e insensibile – se ci interessa più l’oggetto del racconto o la sua forma, questo nuovo formidabile modo di documentare la realtà ri-producendola più che le atrocità che racconta. Con che spirito ora leggeremo prima di vedere un film la frase “tratto da una storia vera”?

 

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Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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