Gone girl, il delizioso gioco di Fincher col pubblico

Il Natale cinematografico italiano non ci offre solo commedie a tema o pinguini e altri animali, ma anche thriller hitchcockiani di rara eleganza come questo Gone Girl, uscito negli USA a ottobre e immediatamente fatto uscire in Italia due mesi dopo con un tempismo che per la distribuzione italiana ha un che di miracoloso.

Il Matrimonio è fondato su un equivoco che dura tutta la vita (Oscar Wilde)

Ben Affleck (Nick Dunne) e Rosamund Pike (Amy Dunne) sono una coppia borghesegone2 istruita, lei socialmente ben messa, lui l’uomo che ha avuto il colpo di fortuna sposando la tizia bella e intelligente, socialmente posizionata, lei la donna apparentemente dimessa che ha catturato il suo toy boy.
La sconfitta sociale per entrambi li catapulta da NYC (patria di lei) nel Missouri, dove lui ha casa, la donna che segue l’uomo, Amy costretta a lasciare il suo mondo per entrare in quello di lui. Forse da qui l’inizio della fine.
Lui ha la classica, scontata, banale relazione con la studentessa, lei fa un po’ la casalingagone4 annoiata, lei scompare, lui è accusato di averla uccisa. Il corpo non si trova, lui è già stato condannato dalla società, dai vicini, dai media. Ma è solo il primo pezzo della ragnatela che avvolge lentamente Nick, colpevole di essersi imbolsito, di non essere più quel toy boy che era stato acquistato al mercato dell’amore.

We don’t have the ability to gift the audience with the characters thoughts, so tell me how they’re behaving (Suggerimento di David Fincher alla sceneggiatrice Gillian Flynn)

David Fincher si impossessa di una tradizionale novel poliziesca scritta da Gillian Flynngone1 (autrice anche della sceneggiatura) per costruire un suo nuovo formidabile gioco col pubblico, cosa che crediamo sia la sua ragione primaria del fare cinema.
Non faremo i guastafeste raccontando come si sviluppa la storia dato che un thriller merita di essere gustato senza che qualcuno lo rovini anticipandolo.
Ma una cosa va detta. Fincher comincia come fossimo in un procedurale alla Law and Order, banalmente (e con una consapevolezza assoluta di farlo) impaginando una indagine giudiziaria classica, per poi lentamente scoprire a beneficio del pubblico (sempre un passo avanti i protagonisti) nuovi pezzi del puzzle, la mdp che si gira, il montaggio usato magnificamente in funzione narrativo/esplicativa, ed ecco che… è tutto chiaro! 

E non ce ne frega più nulla (ce ne è mai fregato?) del perché i coniugi Dunne stiano avendo???????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????? problemi col matrimonio, è un McGuffin, una falsa pista, come quella u cui indaga la polizia all’inizio.

Mentre costruisce la sua tela attorno al protagonista – quel Ben Affleck che ci delizia offrendoci la faccia bolsa di uomo sconfitto dal fallimento dei falsi obiettivi sociali maschili (il successo, mi sono fatto e ho sposato la più bella della scuola) – Fincher avviluppa anche noi spettatori, ci manovra nellagone5 panic room di una relazione ingabbiata da regole sociali e riti stantii, da like obbligatori dentro un social network – quello dell’obbligatorio dolore e quello della necessaria gioia del tutto-finisce-bene – in cui si è costretti a recitare una parte. Alla fine per la legge not guilty ma per sempre in gabbia. Inutile fare il refresh della pagina.

Se c’è una cosa hitchcockiana di Fincher è la passione per la costruzione del meccanismo, prima usato e poi rivelato, per il costante coinvolgimento del pubblico reso partecipe e messo in condizione di saperne più dei protagonisti, ma allo stesso tempo così manipolato da farlo urlare di meraviglia allo svelare dell’arcano.

C’è ancora chi vuole fare a suo modo cinema classico, senza vergogna.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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2 risposte a Gone girl, il delizioso gioco di Fincher col pubblico

  1. Souffle ha detto:

    non so, qui c’è anche una riflessione sui media e sulla rappresentazione del dolore che è molto interessante. A mio parere si può forse non essere d’accordo sulla assenza di speranza trasmessa dal regista ma non accusarlo di superficialità perché vede le cose in modo nichilistico. Per Fincher il matrimonio è una trappola e mi pare lo abbia detto piuttosto bene 🙂
    Grazie per il tuo commento.

  2. Paolo ha detto:

    è un thriller molto ben congegnato e avvincente (da Fincher non mi aspettavo nulla di meno) ma è proprio la riflessione sulla (presunta) ipocrisia del matrimonio borghese che mi è parsa superficiale.
    Venere in pelliccia di Polanski e Eyes Wide Shut hanno affrontato tematiche simili con ben altra profondità e Stanley almeno un tenue filo di speranza lo lasciava in quel geniale dialogo finale tra Cruise e Kidman, qui invece è tutto un nichilismo fine a se stesso

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