Third person, il gioco metanarrativo di Haggis

Il bianco è il colore della fiducia, il colore dell’onestà e il colore delle bugie che egli ha raccontato a se stesso.

Third person, il nuovo film di Paul Haggis è un esperimento affascinante e in qualchethird2 modo impegnativo per il pubblico, sfidato a guardare e non semplicemente a vedere, un pubblico che il regista vuole concentrato sui dettagli ma che poi volutamente distrae con la splendida fotografia di Gianfilippo Corticelli, un pubblico che il regista vuole immerso nella storia (nelle storie) come la moneta che Liam Neeson butta nel bicchiere d’acqua o un corpo che si tuffa in piscina o un corpo di bambino che vi cade, complice una distrazione imperdonabile.

Watch me!  Guarda, stai attento, non ti distrarre, fatti guidare dal mio gioco filmico, dice il regista, accetta i salti temporali e logici, perché spesso non c’è logica nel cinema, come nell’amore.

Tre storie (d’amore?). Michael (Liam Neeson) a Parigi tenta di scrivere un romanzo migliore dei suoi precedenti, ha lasciato la moglie, si porta addosso il fardello di uthird1na perdita, viene raggiunto dall’amante con cui tenta di scrivere amore, ma è impossibile, schiacciati lei da un segreto inconfessabile, lui dalle menzogne che racconta a se stesso (ma che sono anche la materia del suo scrivere?).

A News York Julia ex attrice di soap, ora cameriera, tenta di rivedere un figlio che le è stato sottratto perché lei ha usato violenza su di lui, l’espiazione, il perdono, third3l’ammissione di colpa, sono l’unica strada per trovare l’ascolto del padre del bambino, un pittore famoso che dipinge con le mani (come anche Michael che usa le mani per scrivere).

A Roma Scott un uomo d’affari (un po’ loschi) incontra una zingara e ne viene irresistibilmente attratto, dando fiducia e denaro a una persona della quale non ci si dovrebbe mai fidare, specie un uomo accorto come lui.

Le storie finiscono per intrecciarsi complici alcuni dettagli narrativi ricorrenti, un salto temporale, spaziale, (il)logico, significativo, il gioco il regista lo scopre quasi subito, chiamando il pubblico a giocare con lui, con la (meta)narrazione e i suoi parti, con la sincerità della scrittura che racconta di quanto sia difficile dire la verità.

L’amore per il Cinema richiede attenzione e dedizione, come l’amore tra due persone, e third4Haggis in questo gioco narrativo di dettagli, piccoli gesti e movimenti di macchina eleganti, significanti e complici, richiama la nostra attenzione sulla potenza della scrittura che ruba dalla vita per mettere su carta e sullo schermo. L’amore richiede fiducia, onestà e sincerità, ma lo richiede anche il cinema.

E in questo gioco filmico scopertamente non autentico (aggiunge sapidità sapere che gli interni, anche quelli newyorkesi e parigini sono stati girati a Cinecittà) in cui alla storia si aggiungono le altre storie (frutto della stessa mano?) c’è una gran voglia di essere sinceri e onesti. Con un’ultima lezione che viene da Michael, lo scrittore, raccontare solo quello che si conosce.

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Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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