Il racconto dei racconti, l’equilibrio di Garrone

Il mostro, nel significato originario, è l’apparire, il manifestarsi, il mostrarsi improvviso di qualcosa di straordinario, di divino, che viola la natura e che è un ammonimento e un avvertimento per l’uomo.

Avvicinarsi alla fiaba con la fascinazione per il monstrum che recupera il suo senso originario, il suo stare in equilibrio tra orrendo e meraviglioso. Con Il racconto dei racconti Matteo Garrone si dimostra ancora una volta regista alieno dall’enfasi.

Tre fiabe sull’amore non dato o dato nel modo sbagliato, sul sacrificio e sull’egoismo, garrone3sull’amare il mostruoso e sul considerarlo ripugnante (il re che ama la pulce, la figlia del re data a un ributtante orco, la regina divoratrice di cuori che ama troppo e male un figlio, il giovane sovrano erotomane che non vuole avere intorno donne vecchie), sul senso del sacrificio e sui figli e figlie che necessariamente uccidono (metaforicamente o no) padri e madri per prenderne il posto.
Ma non si vogliono qui dare troppi dettagli per non rovinare la visione.

Il regista, lontano da enfasi e patinature, nonché dal mostrare la consapevolezza nell’uso garrone1della macchina da presa (in questo senso Garrone è speculare a Sorrentino), si affida a una messa in scena barocca che non vira al gotico, illumina la scena e fa brillare i costumi sospendendo la nostra incredulità in equilibrio sulla corda del giocoliere sospesa nel vuoto (mai metafora fu così piacevolmente e smaccatamente esplicita) ma volendoci anche come spettatori ammirati, meravigliati a naso in su del gioco e della fabula.

E credo che l’aspetto più perturbante del film sia il fatto che Garrone depura la favolagarrone2 dell’orrore, o meglio, abbaglia l’orrore di tale nitore che ogni didascalismo è superato in nome di un racconto dei racconti (la favola/fabula alla base del cinema della lanterna magica) a che non deve fare paura, ma meravigliare, in un senso più completo e avvolgente, che racchiude il piacere e il raccapriccio, l’incanto e il disgusto.

E trattasi di fabula per immagini in cui ogni inquadratura è curata in modo preciso (la scena di Selma Hayek che divora il cuore di drago in un ambiente totalmente bianco fa pensare immediatamente a Kubrick) ma senza quella ricerca di consapevolezza nel pubblico o le strizzate d’occhio alla Sorrentino, la pulizia del fotogramma al semplice servizio del piacere del racconto.

A questo si aggiungono l’uso formidabile degli ambienti reali, scenografie autentiche  (risplende persino l’abusato Castel del Monte) e un cast spettacolare (John C. Reilly, Toby Jones, Vincent Cassel, Salma Hayek) per un modo di fare cinema che esce dall’asfissia provinciale.

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Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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Una risposta a Il racconto dei racconti, l’equilibrio di Garrone

  1. laulilla ha detto:

    Anch’io l’ho appena recensito e anche apprezzato parecchio!

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