Eisenstein in Messico, Greenaway difende il cinema dalla scrittura

Cinema is far too rich and capable a medium to be merely left to the storytellers.
Peter Greenaway

In principio era il verbo, dice la Bibbia (lo script per eccellenza). Per Peter Greenaway invece in principio era l’immagine. In una ideale prosecuzione, se non sistematicaeisenstein2 quantomeno evocativa per me spettatore, con Goltzius and the Pelican Company, Greenaway con Eisenstein in Messico (o meglio, nella piccola città di Guanajuato) prosegue il discorso sull’artista che osa, stupisce, smuove e scandalizza, onesto e diretto come un bambino senza inibizioni e per questo emarginato.
A ciò si affianca la posizione del regista – da sempre mantenuta – sul lato battaglia del regista contro i narratori di storie, contro un cinema che segue un percorso narrativo lineare, che ha più bisogno di parole che di immagini, un cinema in cui l’immagine non viene sfruttata nelle sue potenzialità e possibilità. Il cinema di Greenaway è quindi più faticoso da leggere, decifrare ed elaborare di quello narrativo, richiede allo spettatore complicità ed attenzione.

All’apice del suo successo, agli inizi degli anni ’30, il regista russo Eisenstein, chiamato ineisenstein3 Usa per fare un film, dopo breve permanenza, il solito tour da star tra i divi di Hollywood che lo accolsero e idolatrarono in quel modo un po’ superficiale tipico degli americani, rompe il contratto con lo Studio e finisce in Messico con l’intenzione di girare un documentario. I dieci giorni nella città di Guanajuato, il rapporto personale e sessuale con il suo assistente e guida Palomino Canedo, lo apriranno a una coscienza nuova come uomo e artista.

Non sorprende che Greenaway abbia scelto il regista russo, colui che per primo fece dell’immagine strumento di violento confronto con il pubblico, chiamato ad essere spettatore attivo.

E non stupisce l’uso pittorico del corpo maschile come veicolo di significante – che ileisenstein4 regista ha sempre fatto senza cedere ai bigottismi e pudori dei controriformisti che vogliono sempre coprire il pene con le mutande. Una nudità mai gratuitamente esibita (spiace leggere recensioni che parlano di “provocazione” semplicemente per il primo piano di un pisello) piuttosto offerta al pubblico come Masaccio con la cacciata di Adamo ed Eva (vedi Goltzius) o Caravaggio con il Cupido di omnia vincit amor.
“Sono immagini pornografiche” dice Palomino restituendo le fotografie di uomini nudi trovate nella stanza del regista da una cameriera curiosa che si è sconvolta.
“Sono dipinti!” ribatte il regista, mettendoci di fronte ai nostri pregiudizi. E qui ancora il regista ribadisce la forza della pittura (e della immagine va da sé) nello scandalizzare, provocare, spingere a pensare. In principio era l’immagine.

E quando arriva il momento della penetrazione, del rapporto sessuale tra la guida Palomino e il regista russo, esso avviene in modo rituale, teorico oseremmo dire, quasi privo di gioiosità carnale e lussuriosa, quasi momento di iniziazione alla età adulta come accadeva nell’antica Grecia. Dolore, gioia, scoperta, stupore, consapevolezza di sé.

Greenaway prende l’immagine, la deforma, la splitta, la sovrappone ad altre, affianca laeisenstein1 vita autentica del regista russo da quella (ri)prodotta dall’artista, invade il nostro sguardo disattento saturandolo. Stancante? Sì, ma ce lo si aspetta. Meno efficace di quanto ha fatto con Goltzius? Probabile, ma che spettacolo.

Eisenstein durante il suo soggiorno in Messico prima di essere richiamato da Stalin girò una quantità impressionante di pellicola. Il film non fu mai realizzato dal regista (anche se poi in realtà il materiale verrà usato per fare diversi film e solo nel 1979 una versione quasi vicina all’idea originale). L’ultima provocazione di Greenaway nei confronti dei narratori di storie, quelli che i film glieli lasciano finire.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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