Brevi da Cannes 2015 #1

Anche quest’anno mi sono concesso alcuni titoli della rassegna cannense, meno di quanti avrei voluto. Ecco la prima parte di un piccolo resoconto.

Viaggio a Tokyo di Jasujiro Ozu

Ora che sono solo le giornate sembrano più lunghe

Torna al cinema felicemente restaurato questo capolavoro di Ozu che ho la fortuna di rivedere sul grande schermo. Due coniugi anziani decidono di andare a trovare i figli che vivono a Tokyo intraprendendo un lungo viaggio da Onomichi.viaggioatokyo
Vengono ospitati a turno prima dal figlio maggiore che è medico, poi dalla figlia, infine dalla nuora che sebbene abbia perso il marito in guerra, dopo 8 anni è ancora a lui devota e affezionata ai suoceri. Sarà l’unica davvero vicina ai due anziani, l’unica a dedicare del tempo a loro.
Il cinema limpido e onesto di Ozu, commovente senza cadere nel sentimentalismo esplora i legami familiari suggerendo che non sempre i legami di sangue sono quelli più forti e sinceri. I genitori sono un impiccio per i figli, i figli fonte di delusione per i genitori.
Se non lo avete mai visto il consiglio è di perdervi nel suo bianco e nero spettacolare e docilmente lasciarvi andare alla malinconia, alla critica severa del regista (sulla alienazione cittadina, sui legami familiari, sulle amicizie perdute) che non si fa mai morale o giudizio, al sentimento che non si fa mai sentimentalismo  e alla serena accettazione delle cose che ci offre vita.

Bande de filles (Diamante nero) di Celine Sciamma

Ancora una riflessione sul genere dopo lo splendido Tomboy, un gruppo di ragazze adolescenti di colore nella periferia parigina alla ricerca della loro identità e posto nel mondo.
La sensibile Marieme – la nostra protagonista – madre assente, fratello maggiore violento ebande-de-filles-girlhood iperprotettivo cerca di affrancarsi dalla famiglia cercandone un’altra e con essa il suo essere in un modo dove si è in rapporto con gli altri, nel confronto/scontro in quello che gli altri pensano di te (dura, puttana, ribelle). E così entra nel gruppo di Lady e delle sue due amiche, e le quattro cattive ragazze invadono i negozi del centro parigino taccheggiando, derubano le coetanee a scuola, fanno a botte con le bande femminili rivali umiliandole via social media. Il distacco di Marieme da gruppo, altro passaggio verso la crescita, il farcela da sola vendendo droga per conto di uno spacciatore del suo quartiere, l’affrancamento sessuale fatto col tipo carino (e che la bolla come puttana nella comunità perché i due non stanno assieme), tutti passaggi di un cammino accidentato verso l’identità e un futuro di cui sfuggono i contorni.

Celine Sciamma ha uno sguardo acuto, mette a suo agio le attrici non professioniste del suo film e procede per quadri, episodi, separa rigidamente la progressione del racconto – a scapito di un po’ di fluidità del racconto – e ci regala un film circolare che riporta, senza troppa speranza Marieme da dove era partita. 

The Lobster di Yorgos Lanthimos

Che il cinema di Lanthimos non sia facile questo lo sa chiunque abbia visto i suoi film precedenti, nei festival o in altro modo, dato che trattasi di opere non distribuite in Italia. Con un pugno di film si è imposto all’attenzione internazionale (citerei almeno Alps e il formidabile Kynodontas).

Il regista greco è qui alla sua prima opera in inglese e riprende il suo discorso sulle costrizioni sociali, sulla dittatura del gruppo verso il singolo.lobster
In una società del futuro alle persone è vietato essere da sole, per cui quando un uomo o donna rimangono soli, vengono accompagnati in una clinica dove hanno 45 giorni di tempo per trovare un compagno/compagna compatibile, altrimenti vengono trasformati in un animale a loro scelta. 
Alcuni dei residenti in questa clinica ordinata, confortevole, tradizionale, una sorta di resort all’inglese immerso nel verde, fuggono e si danno alla macchia nei boschi vicini. Saranno oggetto della caccia da parte degli altri residenti che catturandoli guadagnano giorni bonus.
Le persone che vivono nei boschi si sono invece imposti la solitudine, nessun rapporto affettivo con altri, pena punizioni corporali.exe_30x18_fdc15_300dpi
I temi portanti del regista ci sono tutti, l’essere rinchiusi (come in Kynodontas) il rapporto con la morte, la scelta se essere sinceri o mentire per ottenere quel che si vuole, l’ironia sferzante contro i riti sociali, i pregiudizi e i preconcetti.
Il gioco provocatorio, financo aggressivo del regista che non lesina – come sua abitudini – si usare la potenza dell’immagine anche contro lo spettatore, finisce per incepparsi nel suo stesso meccanismo. 
Lanthimos tuona giustamente contro una società che ci vuole in coppia o da soli secondo le sue regole, una società dove tutto è bianco o nero (etero o gay, vietato essere bisessuali) e dove anche l’unica via di fuga, cioè la menzogna, l’adattamento, all’animale uomo riesce meno bene che alle altre bestie.
Forse però lo fa scoprendo spesso le ruote dell’ingranaggio cinematografico. 

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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