Il Dottor Solomon e io #2

Mi chiamo Pascal e sono uno scienziato, dirigo un Dipartimento all’università e nel mio lavoro sono ordinato, razionale e preciso. La mia vita personale è caotica, disordinata e depressa dopo alcune vicende affettive. Sto affrontando con scetticismo, volontà e curiosità un viaggio per capire come uscirne. Mi aiuta l’analista più improbabile che potessi trovare.

(Gli altri episodi sono qui : uno, tre, quattro cinque sei, sette, otto, nove)

Sono seduto da alcuni minuti sul divano fin troppo morbido. Dopo poche sedute ho capito qual è il punto in cui sprofondo di meno ma il Dottor Solomon se ne è accorto quasi immediatamente e ha cominciato a mettere un enorme cuscino proprio in quel punto.

La cosa mi ha infastidito, all’inizio sopratutto per il colore del cuscino, celeste pallido un colore che ho sempre detestato. 
Sposto il cuscino dal punto dove lo aveva piazzato il Dottor Solomon approfittando della sua assenza. Quando sono arrivato la porta dello studio era aperta e così, pensando fosse un invito ad accomodarmi – avevo perso le rigidità formali dei primi incontri – sono entrato. 
Un rumore alle mie spalle. Mi volto più sorpreso che spaventato. Una porta accanto alla libreria alle spalle del divano su cui sono seduto si è aperta e il Dottor Solomon ha fatto la sua comparsa in tutto lo splendore abbacinante del completo grigio scuro, della camicia bianca e della cravatta gialla, gli unici colori del suo abbigliamento che a quanto pare vedrò mai. Non indossa la giacca.
Sono sbalordito, non avevo mai notato ci fosse una porta accanto alla libreria. Riesco a intravedere un bagno, evidentemente usato dal Dottor Solomon tra un paziente e l’altro.

Il Dottor Solomon chiude la porta lentamente e so che non ha perso neanche un mio gesto. Sorride in quel modo gentile, timido e avvolgente che gli ho visto fare diverse volte. 

– Non aveva mai notato la porta, vero?
– Effettivamente no – ribatto imbarazzato come se mi avesse beccato nudo nella sua anticamera.
– Non sono stupito, lei deve stare più attento a quel che le accade intorno Pascal. Non basta vedere, occorre guardare. Lei è stato oramai tante volte in questo studio, ha una certa confidenza con questo posto tanto da avere spostato il cuscino che ho messo sul divano.
Avvampo di imbarazzo.
Il Dottor Solomon prosegue.

– Eppure lei pensa che guardare le cose o anche le persone sia un intollerabile invasione, quando invece guardare le cose e le persone intorno a noi significa sentirsi parte di un tutto, preoccuparsene, take care of them, prendersene cura in qualche modo, essere pronti ad un abbraccio, se necessario o a un sorriso. Ma lei prima di tutto deve guardare dentro di sé, mentre al momento lei si vede soltanto, riflesso nello specchio o nel giudizio degli altri.

Mentre mi rovescia addosso – no, più che rovesciare le posa delicatamente dentro di me – tutte quelle parole il Dottor Solomon con movimenti calmi e sicuri si riallaccia le maniche della camicia, stringe il nodo della cravatta gialla e indossa la giacca appoggiata ad un appendiabiti. Mi era sfuggito anche quello, comincio a pensare che avesse ragione, non guardo, mi limito a vedere.

Il Dottor Solomon si siede sulla poltrona abbastanza grande da contenerlo comodamente, si accarezza la barba poi parla.

– E ora Pascal sentiamo un po’ perché ritiene che Fran sia stata così cattiva nei suoi confronti. Ma prima, prenda un orsetto di gomma.

(Continua – Per leggere la parte #1 clicca qui)

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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