Il ponte delle spie, Spielberg sempre sul pezzo

Se si guarda al cinema industriale americano con un occhio attento anche alle dinamiche produttive (i film sono macchine complesse e costose) non stupisce che il progetto di Spielberg di raccontare la storia (vera, ma importa?) di un avvocato che contribuisce a distendere i rapporti tra USA e URSS negli anni ’50 della Guerra fredda esca fuori adesso.spie1
Un momento in cui agli immigrati in USA (e non solo) non viene riconosciuto lo status di cittadini, in cui si costruiscono muri e in cui la Costituzione dei paesi occidentali viene calpestata in nome di paure irrazionali.

Il ponte delle spie unisce – in due parti distinte ma avvinte dal filo della politica – legal drama e spy story usando, bene come il regista americano sa fare, gli stilemi dei due generi.
Troviamo una spia sovietica che pare un innocuo pittore di mezza età, beccata a farespie2 cosacce su suolo americano cui viene concesso un “giusto processo” farsa per fare vedere che gli USA sono meglio dei sovietici, la voglia forcaiola del popolo e un avvocato che passa per traditore perché vuole dare al russo, un uomo colto ovviamente, mica un rozzo soldato, un processo equo.
L’avvocato Tom Hanks che ama il principio di diritto a dispetto dell’uomo che deve difendere (un classico, mi viene subito in mente Philadelphia con lo stesso Hanks) e poi il patriota Tom Hanks che viene chiamato dalla Cia a negoziare uno scambio di prigionieri nella Berlino di inizio anni ’60, all’inizio della costruzione del muro.

Spielberg padroneggia come sempre l’arco narrativo senza dare troppe sorprese alspie4 pubblico (se ti parlo delle bande di teppisti di Berlino est stai sicuro che giustamente compariranno) ma tenendolo comunque avvinto. Come De Mille, Spielberg sa quello che vuole il pubblico americano e sa come darglielo. Il lieto fine è d’obbligo naturalmente ma te lo aspetti dopo il viaggio dell’eroe.

Spielberg tiene la barra dritta sul significato politico, si preoccupa costantemente di dire al pubblico che sebbene siamospie3 negli anni ’50 dell’isterismo, della paura e della sospensione dei diritti costituzionali, stiamo parlando dell’America di oggi, i musulmani e i profughi i nuovi comunisti. La cosa  – e viene da sorridere – provoca a volte qualche conflitto tra l’apparato ideologico-cinematografico costruito dal regista e l’umorismo che i fratelli Coen, coautori della sceneggiatura cercano di inserire, schegge di allentamento della tensione che però risultano a volte battute alle quali il film non ha voglia di ridere (ci sono cose più serie da dire).
Tom Hanks è l’unico attore che può fare credibilmente queste cose, un po’ Gregory Peck, un po’ James Stewart.

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Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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