Carol, o delle geometrie dell’amore

L’inizio dell’anno si apre con uno dei film forse migliori visti da tempo. Todd Haynes che carol1ama il melodramma degli anni ’50 compie un ulteriore passo, superando la calligrafia usando un genere marginalizzato dal cinema odierno, per raccontare come siano marginalizzate dalla società (e dal cinema) ancora oggi due donne che si amano.

Carol madre amorevole e moglie infelice di un uomo anaffettivo preoccupato più di salvare le apparenze del suo matrimonio borghese e imporre il suo ruolo di maschio che di affrontarne l’inevitabile fallimento e Therese, una giovane commessa di un grande magazzino alle prese con un turbamento amoroso che elabora lentamente dentro di lei.

Rispetto a una operazione di mero omaggio e recupero, Carol si porta addosso e ci sparacarol5 addosso l’urgenza del racconto di un amore omosessuale femminile impossibile da vivere in un mondo maschile e maschilista che imprigiona, costringe e pretende calandolo in un assolutismo storico che usa le scenografie d’epoca come mero ambiente, ma rifiutandosi di incastrare la storia in un passato remoto.

Carol parla a noi oggi, alle donne e alle donne gay doppiamente discriminate (anche l’omosessualità è dominata dal maschile) attraverso un cinema di sguardi (in)sostenibili, di passioni (in)esplose e dolorosa affermazione di sé. Carol ama Therese e ama sua figlia e dovrà scegliere. 

Cinema geometrico quello di Haynes, Carol ci inchioda con la forza di uno sguardo checarol2 non possiamo distogliere, con una scelta di formidabile coraggio: evitare la scorciatoia di più facili verbalizzazioni evitare per puntare su un cinema di regia – movimenti di macchina precisi e cristallini, uso perfetto degli spazi, campi medi e carrelli che veicolano una politica dello sguardo e uno sguardo politico.

Haynes usa il romanzo della Highsmith (piccolo scandalo all’epoca) per dirci che poco è cambiato oggi per le donne omosessualicarol3 incastrate ancora in un immaginario maschile mainstream che si mangia ogni dissenso cinematografico, e lo fa evitando proclami verbali ma con la stessa arma che intende combattere, le immagini. Perché in principio non era il verbo ma l’immagine. E lo script si fece fotogramma e venne ad abitare nei nostri occhi.

PS: se il film lo avesse diretto come pareva all’inizio John Crowley sarebbe stato tutt’altro cinema. Meno male non è successo.
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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5 risposte a Carol, o delle geometrie dell’amore

  1. amleta ha detto:

    Ho letto il libro, su consiglio della libraia che diceva che è meglio del film, e sono rimasta delusa. Il film invece non l’ho potuto vedere perchè dalle mie parti non è durato molto tempo, visto che l’argomento non era il solito supereroe di turno.

  2. Paolo ha detto:

    il cinema anche mainstream è più plurale di quanto si crede

  3. alessia ha detto:

    l’ultimo paragrafo è da applausi a scena aperta, bravo! 🙂 attendo molto questo film, sono sicura che mi darà grandi soddisfazioni.

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