The Hateful Eight, Tarantino o dell’amore per lo script

“Non ho problemi con il passato o il futuro, l’avversario contro cui combatto è il cinema del presente.” (Quentin Tarantino)

Un importante critico italiano ha definito The Hateful Eight, l’ottavo film di Tarantino un passo falso. Non potrebbe esserci stato peggiore abbaglio, trattasi invece di un film maturo, rigoroso, di uno dei film più politici urgenti e necessari di chi sta dall’altra parte della barricata: gli scrittori, chi pensa che il cinema parta prima di tutto da “una buona sceneggiatura, una buona sceneggiatura e una buona sceneggiatura” (per parafrasare Hitchcock). (1)hateful1
Tarantino è un nostalgico proprio perché è uno dei pochi a guardare con rispetto lo script (tutto il casino sul leak della sceneggiatura conferma ancora di più questo rispetto sacrale per il copione)

C’è il cacciatore di taglie Johm Ruth che sta portando una pericolosa criminale a Red Rock per consegnarla al boia che dovrà impiccarla. La diligenza su cui viaggia deve affrontarehateful2 una tempesta di neve. Non solo, si trova a dovere imbarcare altri due uomini, sorpresi dal maltempo: un ex maggiore nordista e un tizio che viene da una famiglia poco raccomandabile ma sostiene di essere il nuovo sceriffo di Red Rock. Il gruppo fa tappa in una locanda gestita da Minnie e Sweet Dave, dei quali però non c’è traccia. C’è il tizio che li sostituisce, tre avventori e un generale sudista. Sarà l’inizio di un gioco al massacro.

Il film si apre “fuori” e si chiude “dentro”. Comincia come un viaggio d’avventura nel paesaggio bello e infernale del Wyoming e si chiude in un teatro dell’assurdo dove Godot, la destinazione finale Red Rock, non arriverà mai. E noi lo sappiamo fin dall’inizio.hateful
Il cinema come menzogna, il regista come il mago e mentitore, l’illusionista cui il pubblico (non) deve credere. Tarantino come Welles con cui pare avere poco in comune. Entrambi ironici, colti ma non eruditi, con un amore per il meccanismo della messa in scena fine a se stessa, debordanti, esagerati. Tutti e due pronti a usare il cinema dentro l’Industria per cambiarla (o provarci). Tarantino ha avuto più fortuna di Welles.

In The Hateful Eight prendiamo fiato all’inizio respirando in spazi apertissimi l’aria fredda e rarefatta di un inverno che diventerà un inferno nel chiuso di una detection (che fine ha fatto la titolare del posto?) di cui il regista mette insieme i pezzi svelandoci a poso a poco una soluzione già nota, catturandoci con le parole, che viaggiano più veloci e incisive dei proiettili. La forza della parola, lo script come impalcatura che regge le scenografia e le figure di cartone degli attori, tutti al suo servizio, e al servizio del Cinema, sospensione dell’incredulità, artigianato che è Arte, senza effetti speciali. E qui veniamo al ruolo politico e all’urgenza di questo film.

Il regista ha deciso di girare in 70 mm, un formato ostico per le sale, poco usato chehateful3 crea non pochi problemi. Proiettato così solo in alcune sale (tra cui l’Arcadia di Melzo, vicino Milano) e con alcune scene in più, un programma di sala, un intervallo, il sapore delle vecchie proiezioni. Ma al di là della superficie dell’operazione (e mi pare che in molti abbiano guardato solo la superficie) l’aspetto politico, etico ed estetico dell’operazione è ben altro.
Chi vedrà questo film in 70 mm? Pochissimi, sia in Italia sia all’estero.

La scelta è inusuale e assume insieme un aspetto ironico (giro in 70 mm ma ne annullo le potenzialità dopo un primo “assaggio” all’aria aperta, incassandolo in un ambiente chiuso e “teatrale”) e politico. Il regista gira in 70 mm sapendo che in poche sale verrà proiettato così per sottolineare non tanto la scomparsa del cinema come spettacolo (basta vedere hateful4Star Wars per capire non è affatto scomparso tale “spettacolo) quanto del Cinema come lo intende lui, un cinema del primato della sceneggiatura, dei personaggi forti e dell’andamento lento e della parola che prevale sulla computer grafica.
L’uso del 70 mm è il grido, lo sparo di pistola di un regista che si sta difendendo dal modo di fare cinema oggi. The Hateful Eight è la nemesi di Star Wars VII.

In questo stesso 2015, e forse non è un caso, è uscito anche Steve Jobs, scritto da Sorkin, che combatte la stessa battaglia in altri modi.

Tarantino combatte la battaglia – impari e impossibile come quella dei suoi personaggi – per fare restare in vita un cinema destinato a sparire e lo fa con la forza della parola e del formato cinematografico.
Tarantino è un nostalgico proprio perché è uno dei pochi a guardare con rispetto lo script
(tutto il casino sul leak della sceneggiatura conferma ancora di più questa adorazione sacrale per il copione)

(1) “To make a great film you need three things – the script, the script and the script.”
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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2 risposte a The Hateful Eight, Tarantino o dell’amore per lo script

  1. Noodles ha detto:

    Gran bella recensioe, che condivido pure nelle virgole.

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