Il caso Spotlight, ancora una vittoria per i narratori

“People don’t have to like me, but I hope that they’ll respect me.”
Martin Baron, ex direttore del Boston Globe 

A voler fare pessimo giornalismo si sarebbe tentati di dire che è stata studiata a tavolinospotlight1 questa infornata di film sul primato della parola, sulla centralità del racconto nel fare cinema che si è avuta nell’ultimo scorcio del 2015 in Usa (in Italia per questioni distributive ovviamente i film sono usciti in questo inizio di 2016). Quasi ci fosse una urgenza di alcuni autori (registi, sceneggiatori) di riappropriarsi di qualcosa che stava lentamente sparendo nel cinema mainstream in  favore di storie esili, personaggi senza spessore che affidano alla computer grafica il loro diritto di esistere.

Dall’operazione magnifica di Tarantino, alla meno felice storia dello sceneggiatore ostracizzato da Hollywood Dalton Trumbo, a questo Spotlight (uscito inopinatamente da noi come Il caso Spotlight) sul gruppo di giornalisti investigativi del Boston Globe che sotto la direzione di Martin Baron scoperchiarono il velo di ipocrisia che soffocava una delle città più cattoliche d’America.

Quando Baron (Liev Schreiber) arriva al Globe per dirigerlo propone al gruppo di segugispotlight3 della divisione Spotlight guidata da Walter ‘Robby’ Robinson (Michael Keaton) di indagare sugli abusi di preti cattolici nei confronti di minori avvenuti nel corso degli anni. L’obiettivo è fare un lavoro accurato provando che il cardinale di Boston sapeva e non era intervenuto. 

Il rigore e l’accuratezza che valsero il Pulitzer ai giornalisti del Globe li ritroviamo anche nella regia e nella sceneggiatura di Tom McCarthy, lineare e chiara e allo stesso tempo dolorosa e appassionante. 
Un film che non usa il ricatto dell’enfasi per appassionare il suo pubblico, che dà delle risposte e fa delle domande, perché non siamo intervenuti prima? spotlight2

Rispetto ad altri film sul giornalismo, anche del passato, Il caso Spotlight non è uno scontro tra Istituzioni (la libera stampa e la Chiesa come centro di potere) ma un viaggio nella verità e nella disillusione, la perdita dell’innocenza di quei bambini violati si aggiunge alla perdita dell’innocenza dei cittadini. Il film non è un attacco iconoclasta, quanto il dolente racconto di chi si sente tradito ma non intende (più) passarci sopra.spotlight5
E c’è anche questa piccola lezione sulla scrittura – giornalistica e filmica – che non ama le scorciatoie e le approssimazioni, i buchi narrativi e le imprecisioni. Ancora una volta, qui lo ribadiamo, non bastano gli effetti speciali per coprire le falle in un racconto e nei suoi personaggi (anche se questo nel cinema e nel giornalismo importa oramai a pochi).
Martin Baron che chiede ai suoi giornalisti di scavare più a fondo e approfondire quel pezzo così importante – pubblicando poi un capolavoro – richiama tutti al valore delle storie meditate, approfondite, solide, e di un cinema altrettanto solido che sia bravo a raccontarle, un cinema che è ancora vivo e più che mai lotta insieme a noi che lo amiamo.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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