Truth, o della apodittica verità

Insomma, è l’anno dei giornalisti, dopo i reporter del Boston Globe e la loro caccia ai preti pedofili, ecco che arriva con l’impegnativo titolo di Truth il film scritto e diretto da James Vanderbilt sull’inchiesta che il programma 60 Minutes della CBS fece sul servizio militare del presidente Bush figlio, il quale, come molti rampolli texani all’epoca anziché essere spedito in Vietnam come i suoi connazionali si fece la leva nelle più comode file della Guardia nazionale del Texas impegnato ad addestrarsi come pilota.truth1

Il giovane Bush – ora in corsa per la Casa Bianca contro Kerry, siamo nel 2004 – fu raccomandato grazie all’intervento di suo padre?

Truth – Il prezzo della verità (così il programmatico titolo italiano) racconta l’inchiesta del gruppo di 60 minutes, inchiesta voluta fortemente dalla producer del programma Mary Mapes che coinvolge poi il più autorevole e famoso anchorman della CBS Dan Rather che darà faccia e credibilità all’inchiesta.

Avute le conferme dalle fonti, pur sapendo di avere in mano fotocopie e non originali,truth2 convinti della verità dei documenti e forti delle dichiarazioni di alcuni testimoni, il gruppo realizza il programma che va in onda. Le critiche non tardano ad arrivare, viene messa in dubbio la veridicità dei documenti, qualche fonte poi ritratta, e il gruppo di 60 minutes finisce sotto una inchiesta interna. Vengono licenziati o spinti a dimettersi. Dan Rather riceve un grande danno di immagine è costretto a scusarsi in diretta col pubblico e alcuni mesi dopo, nel 2005, lascerà la CBS con uno dei commiati più famosi della storia della televisione americana. Lo trovate qui.

Se c’è una cosa che gradisco dei film “politici” che si occupano di giornalismo è che non siano pedanti, si mostrino incerti, prendano posizione ma con tutti i dubbi, le incertezze i balbettii che derivano dal non (volere) essere di parte. Tutto questo purtroppo manca in Truth, e il titolo così apodittico è ironicamente dà il senso di tutta l’operazione.

Testo e sottotesto fanno a pugni: una inchiesta giornalistica ai nostri occhi frettolosa etruth3 approssimativa viene cinematograficamente santificata suonando stridente, il punto di vista è univoco e indubbio, Mary Mapes ci appare così arrogante dal passare ai nostri occhi dalla parte del torto, specie quando, difendendosi davanti alla Commissione ribadisce che le sue opinioni politiche non hanno mai condizionato il suo professionismo. Si fa fatica a credere a quel personaggio.

E allo stesso tempo ci rendiamo conto di quanto il film sarebbe stato più interessante se avesse indagato con maggiore precisione e decisione sulla “Verità” e sul suo racconto, sulla differenza tra opinioni e fatti, su quanto l’arroganza giornalistica di chi sa di essere bravo (Mapes era reduce da una magnifica inchiesta sulla prigione di Abu Ghraib) faccia a volte perdere di lucidità.

Si esce da Truth con la sensazione di avere visto il rovescio della medaglia ditruth4 Spotlight. Due modi (e due mondi) diversi di fare inchiesta. Tanto i giornalisti del Boston Globe sono pieni di dubbi e fragilità, determinati e prudenti, quanto quelli di 60 Minutes vivono di apodittiche certezze e di una furia che poco ha a che fare con l’amore per la notizia.

Robert Redford è un Dan Rather sorprendente per aderenza (visto in originale), Cate Blanchett è una grande professionista. Al film sono mancati un regista (anche sceneggiatore) che prendesse una direzione coerente.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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