Lo chiamavano Jeeg Robot, eroe di genere

Cosa ci dice Lo chiamavano Jeeg Robot, il bel film del 40enne Gabriele Mainetti che abbiamo visto in un pomeriggio piovoso in cui pensavamo che solo il cinema ci avrebbe salvato?

Che l’unico modo per fare buon –  anzi: ottimo – cinema di genere in Italia non è solo usarejeeg1 la testa (il minimo sindacale) ma (ri)partire dal linguaggio.

Ribadito – lo si ripete da sempre – che non è traducendo con google stilemi americani che si fa un cinema nazionale con una identità di sguardo credibile ed esportabile, l’opera di Mainetti scritta dai quasi coetanei Guaglianone e Menotti ci dà una grossa mano a ribadire il concetto.

Lo chiamavano Jeeg Robot parte dal dialetto romano della periferia lurida e delinquente, prende un teppistello con gravi problemi di socialità che si sega coi porno e mangia solo budini, lo immerge nel liquame tossico del Tevere e lo fa risorgere eroe per caso indistruttibile, gli affianca un villain spettacolare, scoria sopravvissuta degli anni del craxismo nostalgico (Anna Oxa, Domenica In) mischiati con l’odierna rappresentazione social del sé, cattivissimo e vigliacco, zozzo ma con un background da riviste popolari che lo eleva di fronte alla rozza camorra napoletana che incontra sul cammino.

E poi l’eroe incontra l’Ingenuità fatta ragazza, nutrita di cartoni giapponesi recuperati dajeeg3 un passato di entusiastico ottimismo illusorio e ingiustificato di cui tutti, eroi e villain hanno molto bisogno.

Jeeg Robot è un eroe vintage, fuori moda, che parla sia agli ex ragazzi come me ne lo hanno visto in tv a fine anni ’70  sia a chi sarebbe nato 10 o 15 anni dopo, perché è l’eroe di pezza (e a pezzi) del gioco fatto in casa, l’avventura che ci appare epocale e mitica anche se giocata nella sporcizia di un quartiere romano degradato e schiavo di una piccola criminalità che diventa anch’essa pupazzetti da muovere sotto la pioggia.

Lo chiamavano Jeeg Robot ci ricorda di cosa è fatto  il cinema di genere italiano, una regiajeeg2 attenta che non fa svolazzare la macchina da presa, accuratezza del suono, e, più di tutto, una solida scrittura.

A questo si aggiunge naturalmente un cast scelto con cura. Claudio Santamaria giustamente imbolsito e sfatto si lascia efficacemente trascinare dal suo personaggio ma quello che ci appare irresistibile è Luca Marinelli, perché un film di supereroi deve tutto al suo cattivo.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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