Il diritto di uccidere, la morte in conference call

C’è chiaramente un grande metaforone biblico in Eye in the sky, il film di Gavin Hood da noi uscito inopinatamente col titolo Il diritto di uccidere

Helen Mirren – scelta di cast molto interessante – veste i panni di un colonnello inglese a capo di una operazione di intelligence che la porta a scovare pericolosi ricercati internazionali affiliati a una organizzazione terroristica in una casa di un quartiere periferico di Nairobi controllato dalle forze terroristiche. eye03
I sospettati sono scovati nell’abitazione grazie a un drone pilotato a distanza da un giovane ufficiale in Nevada. Nel frattempo a Londra in una war room – l’operazione è in capo agli inglesi, anche se gli americani forniscono e pilotano il drone arma letale – un generale e i politici decidono se autorizzare o meno quella che da una operazione di sorveglianza e cattura si è trasformata in una operazione di sparo a distanza e uccisione per una serie di circostanze nel frattempo intervenute.
Oltre al drone, occhio nel cielo, un altro occhio, più piccolo, un insetto con telecamera viene introdotto nella casa sospetta consentendo, grazie al programma di identificazione facciale, di avere la prova che i ricercati sono proprio là dentro.
Ora si tratta di prendere delle decisioni.

Strutturato come una formidabile conference call che decide della vita delle persone – noneye01 solo i terroristi ma anche gli eventuali danni collaterali a civili (calcolati in fredde percentuali “accettabili”) e politici (se si viene a sapere si perdono voti), il film di Gavin Hood sceneggiato da Guy Hibbert risulta essere uno dei più lucidi esempi sulla problematicità dell’utilizzo dei droni in guerra che non produce gratuita enfatica indignazione nello spettatore ma non titilla nemmeno il guerrafondaio giocandosela più sul fare domande che dare conclusive risposte.

Un po’ “sparatutto” in prima persona, un po’ adventure game sulla inevitabilità delleeye02.jpg decisioni da prendere e delle motivazioni per cui le si prendono: la politica che lavora sulla rielezione e sull’impatto dei media, i militari cui interessa eseguire una missione al meglio cercando di minimizzare quanto possibile gli inevitabili danni. Anche se poi è al giovane tenente Aaron Paul viene lasciata la responsabilità di premere il grilletto, non ai decisori militari, il colonnello Helen Mirren e il generale Alan Rickman (scomparso prima dell’uscita del film e cui la pellicola è dedicata) né tantomeno a quelli politici ognuno chiuso nel suo cubicolo di player.

“Non osi mai ricordare a un militare che non conosce il costo della guerra” apostrofa il generale alla politica che più si era opposta all’azione nella war room. “Io conosco gli effetti degli attacchi suicidi, ero sul posto”. 

Già ma ora pare che non sia più necessario essere sul posto, si agisce a distanza, e il grilletto lo si preme stando al sicuro in un container nel Nevada, in una calda stanza a Londra o in un bunker militare. 
Si “gioca alla guerra” da sicure console, ma qualcuno muore davvero. 

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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