È solo la fine del mondo, i fantasmi di Dolan

Quando un ragazzo di 26 anni scrive, dirige, monta, sceglie i costumi e cura persino i sottotitoli per le versioni internazionali dei suoi film che gli vuoi dire?

Xavier Dolan è sicuramente un regista che non ha paura di confrontarsi col presente deldolan1 cinema ma nemmeno col passato ingombrante, né ha timore dei fantasmi dei film seguenti, cioè le aspettative di un pubblico che vuole sempre di più e di una critica pronta un po’ invidiosa pronta ad azzannarlo al primo passo falso.

E il ragazzino anziché andare sul sicuro, in È solo la fine del mondo (Juste la fin du monde) ingabbia il suo cinema dinamico e sfrontato in un testo teatrale che finisce per essere quasi una prova, un saggetto di cinema ad uso di un cast di attori di fama (Gaspard Ulliel, Nathalie Baye, Vincent Cassel, Marion Cotillard e Léa Seydoux).

Louis è uno scrittore che sta morendo (niente spoiler lo sappiamo all’inizio del film ed è una comunicazione che il regista dà solo al suo pubblico); sta tornando a casa dopo 12 anni per rivedere il fratello che ne frattempo si è sposato e ha due figli, la sorella e la madre. L’incontro farà riemergere antichi rancori e un la (im)possibilità di creare un legame vero o di recuperarlo tra un uomo anaffettivo (con molti sensi di colpa) e una famiglia che lo ama e lo ha amato con rabbia per essersi sentita messa da parte.

Sia permesso a questo punto, suggestionato dalla visione, esporre una piccola teoria. Louisdolan2 in realtà è già morto e quella cui assistiamo è una incredibile seduta spiritica, Louis è il fantasma del figlio/fratello mai più tornato cui i suoi famigliari vogliono disperatamente dire un’ultima cosa.

L’unica che pare sentirlo è la cognata, una estranea appunto, che il ragazzo non ha mai conosciuto e che entra empaticamente in contatto con lui, medium di sentimenti mai tirati fuori, affetti mai.

Nella scena a tavola, il pranzo al quale Louis ha deciso finalmente di partecipare, egli è dolan3seduto a capotavola, e gli sguardi degli altri, i gesti i movimenti, trasformano quella tavolata quasi in una seduta spiritica. 

Un dialogo (im)possibile tra un uomo anaffettivo, solitario e una famiglia abbandonata che ha provato disperatamente a capirlo.

Si muore sempre da soli specie quando si fanno scelte dolorose, egoistiche ma necessarie come quelle di andare via da una famiglia cui non ha più nulla da dire.

Dolan schiaffeggia il pubblico con la sfrontatezza delle sue riprese, con alcune metafore quasi imbarazzanti e con un finale decisamente troppo. Ma ci sono alcuni pezzi di bravura in cui si vede un cinema capace di entrare empaticamente in contatto col pubblico, acchiapparlo per il cuore e spingerlo ad affrontare i tradizionali accostamenti arditi tra canzoni e sequenze che caratterizzano da sempre il regista canadese.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
Questa voce è stata pubblicata in cinema 2016, le cose migliori, scrittura. Contrassegna il permalink.

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