Grand Budapest Hotel, la favoletta di Anderson

Ci sono due tipi di giochi da tavolo, quelli che guidano il giocatore (che so, Monopoly) ebudapest3 quelli che sono guidati dal giocatore. I secondi offrono ai giocatori diverse possibilità di scelta, li invitano a pensare strategie e tattiche, richiedono un certo uso di attenzione e intelligenza. I primi vogliono solo che tu tiri il dato e sia così fortunato da capitare su parco della Vittoria, in modo da acquistarlo, costruirci case e alberghi e sperare che altri si fermino là dopo di te.

Spero che la metafora non suoni oziosa ai vostri occhi, ma l’ultimo film di Wes Anderson,budapest2 Grand Budapest Hotel (The Grand Budapest Hotel, continuo a trovare misteriosi i cambi di titolo dei distributori italiani) mi ha ricordato i giochi del primo tipo. Cercherò di spiegare perché.
Con un amore per il “racconto” che va certo ammirato, Anderson costruisce un film che parte da una ragazza che legge un romanzo su una panchina, la cui storia è raccontata dal suo autore che narra di un “lobby boy” che, oramai anziano, racconta a un altro scrittore labudapest6 storia del mitico concierge del Grand Budapest Hotel, albergo di lusso negli anni ’30 in un immaginario paese dell’Europa orientale, M. Gustave (un Ralph Fiennes da gustarsi necessariamente in originale) che per il giovane ragazzo di bottega sarà maestro, mentore e padre (ma no? Wes, ti piace proprio il tema, eh?). Già questo estenuante gioco ad incastro, questa matrioska narrativa sovrabbondante dovrebbe dare qualche indizio.

Senza addentrarci in una storia che è quasi puro pretesto per la messa in scena (e vabudapest1 benissimo), ci si trova qui ancora più che in precedenti film del regista, stufi, come quando si è divorata una torta tanto invitante quanto pesante. Un po’ come le delizie della pasticceria Mandl che compaiono continuamente nel film (belle e zuccherose decorazioni fuori, triste e banale pan di spagna dentro, una è già tanta, due stai male).
Il cinema di Anderson, a mio parere sempre troppo consapevole di se stesso, finisce per svuotarsi di interesse, prendendo per mano lo spettatore, guidandolo senza sorprenderlo, divertimento in sicurezza, non sia mai che uno si faccia male o si turbi troppo. Altro che omaggio a Lubitsch o Wilder, come dichiarato dal regista. Purtroppo per lui il texano Anderson non sarà mai un “mitteleuropeo di merda” (come disse di sé Wilder).budapest5
Ricordiamo che quando Wilder parlava del cinema di Lubitsch diceva “due + due = quattro. Fine”. Cinema sofisticato non nella messa in scena, quanto nelle semplici ma eleganti soluzioni registiche. Nessuna macchina da presa improbabilmente piazzata dove la legge di gravità suggerisce di non metterla, un uso del carrello rivelatore invisibile, una eleganza di chi è abituato a bere il vino nel bicchiere giusto, non di chi “fa finta di” e poi si beve una coca direttamente dalla bottiglietta.
E se ci sono alcune sequenze (le telefonate tra i concierge dei vari alberghi per aiutare M. Gustave in un momento di difficoltà) che effettivamente ricordano Lubitsch, e sono le cose migliori del film, purtroppo quei colori, quei costumi, quell’aria di finto che non pretende di essere vero (ed è qui la fondamentale differenza coi i Maestri citati) finisce per rendere posticcia e fredda tutta l’operazione. Una maniera che, per quanto piacevole, per quanto cifra riconoscibile, mi ha stufato (1).
Un po’ come quei ragazzini che vogliono riprodurre gli anni ’80 senza sporcarsi i vestiti, il cervello, l’anima. Se non ti immergi non ti bagni. E Wes si tiene digitalmente all’asciutto, protetto dalla solita rassicurante compagnia di giro che affolla i suoi film, Bill Murray, Adrien Brody, Owen Wilson, Jason Schwartzman.

Un merito al cinema Apollo di Milano che propone il film in lingua originale (anche se alcune persone, saputolo, rinunciano).

(1) Ma pare non avere stufato il pubblico, dato che il film ha incassato, al 26 aprile 2014, oltre 120 milioni di dollari (fonte: boxoffice mojo).
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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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4 risposte a Grand Budapest Hotel, la favoletta di Anderson

  1. Noodles ha detto:

    Comprendo molte delle tue critiche: Anderson è un regista sempre a rischio, a rschio di autocompiacimento, di autocitazione eccessiva, di stilizzazione eccessiva. GHP non sarà proprio una delle sue vette ma a me non è dispiaciuto devo dire.
    E concordo comunque sul fatto che va visto in originale, soprattutto (ma non solo) per un Fiennes straordinario. (Infatti l’ho visto solo ieri, attendendo la settimanale proiezione in v.o. dell’unico cinema che qui si preoccupa di farlo).

    • Souffle ha detto:

      Sì in originale si colgono molte sfumature che fanno parte del divertimento complessivo del film.
      Che lui sia bravo è indubbio, la mia unica preoccupazione è che la bravura non diventi “maniera” e quindi stanca ripetizione.
      Un saluto e grazie di essere passato!

  2. Paolo ha detto:

    a me il film non è dispiaciuto, poi sì lo stile e la cifra artistica di wes anderson è riconoscibilissima come il cinema cui si rifa e che rielabora ma si può dire lo stesso pure di un tarantino.

    • Souffle ha detto:

      Sicuramente Paolo. Diciamo che quando si sfiora o si abbraccia la “maniera” allora l’operazione diviene meno “sincera” e un filo più meccanica. Ed è qui che sono meno convinto.
      Grazie per il tuo commento!

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