Il Dottor Solomon e io #12

Dopo una lunga interruzione un ultimo capitolo di un percorso durato 12 tappe. Grazie per averlo seguito fin qui.
Mi chiamo Pascal e sono uno scienziato, dirigo un Dipartimento all’università e nel mio lavoro sono ordinato, razionale e preciso. La mia vita personale è caotica, disordinata e depressa dopo alcune vicende affettive. Sto affrontando con scetticismo, volontà e curiosità un viaggio per capire come uscirne. Mi aiuta l’analista più improbabile che potessi trovare.

(Gli episodi precedenti sono qui : uno, due, trequattro cinque sei, sette, otto, nove, dieci, undici)

Mentre sono steso per l’ultima volta sul divano troppo morbido del Dottor Solomon ripenso agli ultimi mesi di terapia, a quanto siano stati faticosi, a tutte le volte che volevo lasciar perdere, alla mia razionalità, la pervicacia con cui restavo attaccato a quel bagaglio così ingombrante che era il ricordo di Fran e del modo in cui mi aveva lasciato. E mi rendevo conto quanto, nel suo modo fintamente indifferente che oramai conoscevo troppo bene più il Dottor Solomon cercasse di farmi lasciare il bagaglio nel deposito dei ricordi cui apparteneva per sempre.

La rabbia che provavo verso di lei era sparita, così lontana, così evanescente come una casa che sparisce nella nebbia e ne vedi solo i contorni e poi decidi di non guardarla più.

La mia parte razionale, quella stessa parte che aveva opposto una, mi rendo conto ora, iniziale sciocca resistenza alla terapia, sembrava sparire quando si trattava di Fran, i suoi lunghi capelli biondi, il sorriso timido, la sua ironia che io fraintendevo sempre. Quella parte razionale della quale mi vantavo così tanto, che mi aveva portato a dirigere un Dipartimento universitario non mi era stata di nessun aiuto nel capire la fine di un percorso, di una storia, analizzare il malessere di Fran e la sua cattiveria nei miei confronti, che altro non era, me ne rendo conto ora, che un modo, brusco come solo lei era capace di fare, di allontanarmi per il bene di entrambi.

Il Dottor Solomon stimolando la mia parte irrazionale, liberandomi dal controllo continuo, provocandomi per percorrere strade diverse mi ha fatto trovare una uscite insperata.

Ora sento un senso di abbandono nella consapevolezza di lasciare questo studio al terzo piano della palazzina liberty nel centro della grande città che oramai conosco così bene.

I miei pensieri smettono di fluttuare nella stanza, sento il rumore sordo che fa il Dottor Solomon quando aggiusta il suo immenso corpo nella poltrona che lo contiene così bene. L’immenso terapeuta sta scrivendo qualcosa su un taccuino.

– Dove eravamo? Mi ero distratto.

– Dove siamo sempre stati, caro Pascal, fin dal primo giorno.

Il Dottor Solomon continua a scrivere sul taccuino. Durante le nostre sedute nel corso di tutti questi mesi non l’ho mai visto prendere appunti.
– Non capisco.
– Ma sì che capisce. Vede, caro Pascal, siamo sempre stati sulla strada giusta. Lei non si era smarrito, semplicemente non voleva muoversi; vedeva il sentiero dritto davanti a lei, certo con i suoi ostacoli – che ci sono e ci saranno – le sue difficoltà. Ma quel sentiero era chiaro e a lei presente, solo che lei si rifiutava di camminare. Quanti sforzi ha fatto fare a un uomo della mia età, mio caro Pascal. Non sono più un ragazzino.
– Ho un po’ di paura ora.
– Naturale che la ha, caro Pascal, l’abbiamo tutti, è ciò che ci fa stare in vita. Ma ora lei non ha più timore di muoversi, e anche se il suo cammino dovesse essere solitario, senza una compagna di strada, troverà durante il percorso così tante persone che le vorranno bene e vorranno aiutarla, parlarle, fare un pezzetto di cammino con lei che non si annoierà di certo.

Le lacrime mi bagnano un po’ gli occhi mentre mi metto seduto sul divano troppo morbido dello studio del Dottor Solomon.

– Sono curioso. Lei non ha mai preso appunti durante le sedute.
– Oh, naturalmente. Questa è la lista della spesa, non sa quante cose si dimenticano una volta entrati nel negozio. Finiamo per prendere tante cose inutili che dobbiamo portarci a casa scordando proprio quelle per le quali eravamo entrati.

Non so se sia una metafora, non mi importa. Sono contento e triste assieme, ma contento. Mi alzo. Non stringo la mano al Dottor Solomon, non ama molto il contatto fisico. Lo guardo e lui si liscia la barba sorridendomi con gli occhi.

Sono arrivato alla porta dello studio quando sento la sua voce.

– Pascal, mi raccomando non smetta di mangiare orsetti di gomma.

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Informazioni su Souffle

Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
Questa voce è stata pubblicata in cinema 2015, Dottor Solomon, scrittura. Contrassegna il permalink.

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