Ma Loute, la follia controllata di Dumont

Si rischia di apparire balbettanti nelle proprie considerazioni di fronte a un film come Ma Loute di Bruno Dumont, tanto ha riempito occhi e mente di meraviglia.

Ambientato nella Côte d’Opale nel 1910 (siamo dalle parti di Calais), vede protagoniste duemaloute1 famiglie, i Van Peteghem aristocratici un po’ decaduti che vengono in vacanza estiva in quei luoghi così ameni, e i Brufort, raccoglitori di cozze, una volta pescatori ora traghettatori dei villeggianti da una sponda all’altra di piccoli tratti di costa inondati dall’acqua che sale per la marea.
Misteriose sparizioni di turisti fanno intervenire un enorme commissario di polizia e il suo attendente piccolo e dai capelli rossi. Il film dei Brufort Ma Loute si prende una cotta per Billie, ragazza/ragazzo del clan del Van Peteghem. I Brufort nascondono un segreto, ma anche i contraltari borghesi ne hanno diversi. Il mistero? Non verrà risolto naturalmente.

Ma Loute è una dark comedy giocosa e narrativamente libera (la ridicola detection non maloute5viene ovviamente risolta: nessun colpevole per le sparizioni, tutti colpevoli) nello script e nella recitazione.
Dumont usa attori professionisti (tra cui gli immensi Luchini e Binoche) per i borghesi Van Peteghem e non professionisti per i proletari Brufort e chiede a tutti una recitazione libera: spazio dunque all’overacting per i professionisti e alla liberazione della brutalità animale per i non professionisti (incapace di relazionarsi con l’altro sesso il giovane Ma Loute preso dall’eccitazione morde la ragazza). 

Incastrati in questi ruoli, negli istinti trattenuti e poi liberati, nei segreti che si portano maloute2addosso, nella grettezza e brutalità dei comportamenti, borghesi e proletari sono facce opposte di una identica medaglia dell’umanità, stupida e geniale, crudele e gentile, ridicola prima che divertente.

I personaggi costruiti da Dumont si muovono in una scatola magica che il regista  costruisce in modo rigoroso, estrema precisione dell’inquadratura (che non manca di ammiccare giocosamente allo spettatore: le corse dei personaggi verso la macchina da presa che il regista fa terminare proprio nel punto – sembra quasi di vederlo segnato per terra – in cui si ottiene un efficace primo piano, come si faceva spesso nel cinema di un tempo) e una consapevolezza che non viene mai meno.

Solo un cinema così disciplinato e severo (come la squadrata casa dei Van Peteghem, in stilemaloute3.jpg egizio tolemaico, e qui si potrebbero aprire altre numerose porte di senso) consente il funzionamento di una storia slegata da necessità narrative (che il regista costruisce e subito smonta in modo assai divertente con l’uso efficace della colonna sonora) che è in re ipsa il cinema della meraviglia e dello stupore messi alla berlina, usando un paesaggio meraviglioso che né i borghesi (che ripetono meccanicamente “che meraviglia” senza credervi) né i proletari (per Ma Loute è normale) sono in grado di godersi. 

 

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Amante del cinema, delle serie tv e della cucina adora la comunicazione e la scrittura (degli altri). Nel tempo libero fa un lavoro completamente diverso.
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